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Sperimentale e analitico, con un titolo così generico che quasi si fa fatica a trovarlo nel programma, ma scelto probabilmente proprio per non distrarre lo spettatore dal flusso di immagini, suoni e pensieri che propone, passa a Torino Film di Fabrizio Bellomo, sul tema della “fabbrica diffusa”.

Edifici abbandonati, miniere che diventano Luna Park, opificio dell’Europa dell’Est riconvertiti alla produzione di macchine italiane. Città e paesi industriali. Sesto San Giovanni come una Stalingrado italiana, Lumezzane, vera e propria città officina del territorio bresciano, che si trasfigurano in qualcosa di più astratto e ideale. Immagini, luoghi e sopralluoghi, suoni. L’autore racconta mescolando telefonate, conferenze, poesie, vecchi film, spot della tv jugoslava, balletti russi, performance sperimentali. Un unico flusso che si espande in molteplici sensi e direzioni. Proprio come la fabbrica. E se ci si concentra e si immagina, come bisognerebbe fare sempre al cinema, si può sentire il ritmo della produzione, il suono, perfino una musica.

“L’ingranaggio debordiano e fordista – spiega Bellomo – spettacolo e catena di montaggio, la catena di montaggio che crea la macchina spettacolare fotografica e attraverso la quale il meccanismo umano di Marx va via via perfezionandosi attraverso la scomposizione dei movimenti umani e la possibilità di massimizzarne così tempi e ritmi di produzione (come narra Virgilio Tosi in Il cinema prima del cinema). La "fabbrica diffusa" che ingloba tutto e tutti, me compreso e compresso nella produzione e nel montaggio del lavoro. Forse il grido disperato della mia poesia, che recito quando in video passa la rilettura di Muybridge, effettuata attraverso le riletture e le riscritture fotografiche numeriche, sovrapposte alle tavole del fregio del Partenone... Forse quel grido, con quelle immagini, è un buon sunto di Film”.

“La cultura integralmente divenuta merce deve anche divenire la merce vedette della società spettacolare. Clark Kerr, uno degli ideologi più avanzati di questa tendenza, ha calcolato che il complesso processo di produzione, distribuzione e consumo delle conoscenze accaparra già ogni anno il 29% del prodotto nazionale negli Stati Uniti. E’ previsto che la cultura debba tenere nella seconda metà di questo secolo il ruolo motore nello sviluppo dell’economia, che fu quello dell’automobile nella sua prima metà, e delle rotaie nella seconda metà del secolo precedente”, cita il regista da ‘La Societé du Spectacle' di Guy Debord.

Si riferisce naturalmente al secolo scorso e non sappiamo come il Covid possa impattare su questa previsione, ma certamente un film come questo spinge a riconsiderare il legami tra cultura e produzione – sia della cultura stessa che in senso generico – secondo una prospettiva del tutto nuova.

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