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È ispirato a fatti veri il film che Antonio Capuano presenta Fuori concorso al Festival di TorinoIl buco in testa. Una storia di vendetta e di perdono, che il regista ha ascoltato alla radio, contattando poi diverse volte la protagonista per convincerla a farne un film. “Una storia talmente bella e forte che avevo voglia di raccontarla a tutti”, spiega, quella di una ragazza nata orfana, perché il padre, poliziotto napoletano, fu ammazzato poco più che ventenne a Milano durante una manifestazione di militanti di estrema sinistra prima che lei nascesse, nel maggio del ‘77. La ragazza dopo trent’anni anni aveva voluto incontrare l’assassino, per dargli un volto, per liberarsi dall’odio che la bloccava da quando è nata, per riempire quel “buco in testa” da cui non riusciva a venir fuori. Una vita dominata dall’assenza la sua, dal dolore che non passa con il tempo, con le foto del padre in casa che la osserva, per sempre giovane e bello, dietro un vaso di rose rosse, che diventano la cifra olfattiva della sua storia privata.  

Sullo schermo la protagonista si chiama Maria, ed è interpretata da un’intensa Teresa Saponangelo, ha un lavoro precario, un rapporto conflittuale con gli uomini, perché, come sottolinea l’attrice, che ha in comune con il personaggio che interpreta la perdita del padre in tenera età, “non riesce a legarsi a nessuno perché quando si perde una figura così importante si è diffidenti nei confronti della vita. Il ruolo mi ha permesso di esprimere anche il mio dolore per questa perdita enorme e la mia difficoltà negli affetti”. Rispetto all’esperienza con un maestro come Antonio Capuano che, racconta, ha una supervisione di tutti gli elementi sul set, fino ad arrivare a dipingere durante le riprese lo sfondo della foto del poliziotto perché secondo lui non funzionava: “Sul set ti muovi con lui, danzi con lui, è un regista coreografo – dice - Devi imparare a seguire il suo ritmo, che non è esteriore ma emotivo, e le sue coreografie. Le parole che lui scrive le ha già interiorizzate e macinate dentro di sé, e diventano un elemento secondario rispetto a quello che è il ritmo della vita. Se riesci a seguire il suo disegno e ti offri morbidamente con il corpo e la gestualità sei dentro il mondo suo, basta seguirlo”. 

Maria vive vicino al mare, rappresentato con lunghi piani sequenza che inondano lo spettatore, in provincia di Napoli, insieme alla madre, giovane sposa subito vedova, che si è rinchiusa, come in un ergastolo, in un dolore che l’ha resa praticamente muta. Attorno a loro le vicende, spesso violente, di un territorio ricco di storie: “Ho raccontato un paesaggio e un luogo ricco di avvenimenti e di storie - rimarca il regista - Ne avrei potuto inserire anche di più ma avrei rischiato di perdere il cuore della storia che doveva rimanere Maria. Quello che lei cerca e che affannosamente tenta di capire e non riesce a cogliere, almeno finchè non va a Milano per incontrare l'assassino di suo padre e allora si sbroglia la matassa di odio che aveva in testa, almeno stando a quello che mi ha raccontato la vera protagonista della vicenda che mi ha detto che dopo averlo visto si è accesa in lei come una luce, come se averlo conosciuto le avesse squagliato tutti i brutti sentimenti dentro”.  

Due le dediche iniziali nel film: una a Gianni Minervini, “il mio produttore preferito, con la sua scomparsa è venuta a mancare una maniera di produrre e fare cinema, ora tutto sembra guardare solo agli incassi”; l’altra ai fratelli Lumière, “i nostri antenati, i nostri maestri e avi, è il cinema che nasce quando arriva un treno. È la sala che, certamente, sopravvivrà e ci sarà sempre per chi vuole vedere il vero cinema”. 

La vicenda del film è legata alla storia della lotta armata in Italia negli Anni ‘70, a chi quelle lotte le ha fatte o subite, ma anche, in generale, al passato che insegna solo a chi è disposto ad ascoltare: “Al di là di destra e sinistra – rimarca Capuano - come esseri umani siamo una razza meravigliosa e pessima insieme. Non ci correggiamo mai, non sono solo gli anni di piombo, sono successe sempre cose gravi e atroci che non ci hanno insegnato niente. Anche oggi, non sentite l’aria sinistra che tira, con i negazionisti che negano addirittura cose evidenti? Se hai voglia, possibilità e sensibilità di mutarti rispetto alle cose che vedi, lo fai. La pacificazione tra vittime e carnefici è possibile, basta volerlo, basta avere la sensibilità di sentirlo, di fare pace”. 

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