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In anteprima mondiale al 38mo Torino Film Festival La rivoluzione siamo noi, il film documentario diretto da Ilaria Freccia, da un’idea della regista e del curatore e critico d’arte Ludovico Pratesi, prodotto e distribuito da Istituto Luce-Cinecittà, che porta sullo schermo il racconto brillante, vivace e visionario di un momento straordinario e irripetibile nella storia dell’immaginario del nostro Paese: gli anni tra il Sessantotto e la fine dei ’70 in cui l’Italia fu uno dei centri propulsori e incandescenti a livello globale di un nuovo modo di leggere il mondo, le regole sociali e lo sguardo sulle cose e i rapporti, attraverso l’arte.

Un viaggio che si snoda attraverso racconti e immagini di alcuni nomi che hanno fatto e fanno la storia del contemporaneo: Marina Abramovic, Michelangelo Pistoletto, Andy Warhol, Luigi Ontani, Pino Pascali, Alighiero Boetti, Jannis Kounellis, Joseph Beuys. Galleristi di fama internazionale e racconti epici, come Lia Rumma e Fabio Sargentini. E una raccolta impressionante di archivi filmici, visivi, fotografie, provenienti da istituzioni, musei, gallerie, collezionisti, in grado ancora oggi di stupire per bellezza, provocazione, vitalità creativa. Una festa per lo sguardo. Non una storia, ma un viaggio mobile dentro un movimento che ha messo per un pugno di anni, attraverso un pugno di divertiti eroi, l’Italia al centro del quadro mondiale.

"Volevamo restituire il sapore di quegli anni attraverso i ricordi dei protagonisti, intervistati oggi, insieme alle testimonianze dell’epoca, per creare così un movimento continuo tra passato e presente. Abbiamo trascorso giorni e giorni negli archivi, per cercare attimi di vita vissuta da riportare alla luce: uno sforzo che ha dato una serie di frutti insperati grazie all’enorme disponibilità di protagonisti e testimoni del tempo, che ci hanno aiutato a restituire una narrazione in diretta di quegli anni. Un’occasione straordinaria di scoprire frammenti di vita quotidiana… in una fusione tra arte e vita che ha reso quegli anni indimenticabili’, dicono gli ideatori.

E poi prosegue Ilaria Freccia, esperta documentarista: “Nasce tutto da Pratesi, che mi ha parlato di questo grande periodo che io conoscevo sommariamente. Luce Cinecittà ci ha dato Carta Bianca e abbiamo cominciato con le interviste, percorrendo l’Italia da Nord a Sud, ma abbiamo subito capito che non avrebbe avuto senso farlo senza trovare anche materiale di repertorio che raccontasse il tutto in diretta. Siamo partiti con gli archivi fotografici dei fotografi contemporanei all’arte che raccontavamo, cominciando a ricostruire i personaggi e i protagonisti di quel periodo, sintetizzando, perché sono 10 anni di storia condensati. La ricerca del repertorio è stata una guida molto importante, che ha delineato il percorso narrativo principale. Io ero un’esterna, in qualche modo, e mi sono chiesta soprattutto il ruolo che aveva l’arte rispetto alla politica. Non c’era separazione, gli studenti che protestavano e i giovani artisti che si proponevano frequentavano gli stessi posti. I bar, i circoli. Una delle più attive gallerie del tempo aveva era costruita al piano di sopra rispetto a una sede di Lotta Continua”.

Ma come si muoveva quel mondo? Come si produceva? “Si ripeteva sempre che non c’erano soldi – dice la regista – si lavorava insieme, galleristi e artisti. Si progettavano insieme le mostre. Le opere venivano fuori in qualche modo, e anche i fotografi lavoravano con gli artisti integrando il loro lavoro. Erano opere anche difficili da guardare, erano happening. La mancanza di denaro conferiva energia e linfa vitale. Il denaro e il prezzo non erano l’obiettivo principale da raggiungere. L’importante era pagare l’affitto. Il mercato era totalmente assente, ma questo diventava un fattore artisticamente positivo. Questo si percepisce ancora in tutte le persone che abbiamo incontrato, di grande livello culturale e grande umanità. Le due cose sono perfettamente integrate. L’arte viene percepita come qualcosa di necessario e integrato al mondo. E’ rivoluzionaria perché non avviene fuori dalla vita. Anzi, è la vita”.

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