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Si ispira alla strage del Bataclan il film di Evi Romen in Concorso al Torino Film Festival, Hochwald, ambientato in un paesino del Sud Tirolo con protagonista un giovane ragazzo, Mario, che sogna di fare il ballerino, una carriera praticamente impossibile nel paesino in cui vive. Mario si ritrova d’improvviso coinvolto insieme al suo amico in un drammatico attentato terroristico in un locale gay di Roma, in cui è l’unico sopravvissuto. Al ritorno in paese, però, non trova appoggio al suo dolore, tutti lo trattano con sospetto e sembrano pensare che sia morto il ragazzo sbagliato. La vicenda lo farà avvicinare all’islamismo, ma la trasformazione di Mario in musulmano viene vissuta come un affronto dall'intera comunità. “L’ispirazione del film sono stati gli attentati al Bataclan di Parigi, quando hanno annunciato la notizia hanno detto che c’era anche un giovane altoatesino tra le vittime e io mi sono chiesta se potesse essere qualcuno del paese da cui venivo”, racconta Evi Romen, qui al suo esordio alla regia. “Oggi c’è la possibilità di morire in un attentato, come anche lo era negli Anni '70. Ho usato questo tema perché volevo fare una scelta di attualità, realizzare un film moderno anche se con un look retrò. I musulmani sono rappresentati sotto due aspetti: dapprima ne mostro la parte nera, quella del terrorismo e del fanatismo che non ha niente a che fare con la religione; poi la parte bianca in cui mostro la fede, che è un diritto universale. Ma volevo anche mostrare tutta la paura che c’è dentro di noi quando vediamo qualcosa legato all’islamismo. Non volevo, in ogni caso, offendere nessuna posizione e ho cercato sempre di essere rispettosa, ma temo che, soprattutto dopo l’attentato a Vienna, possano esserci polemiche legate a questo aspetto del film”.  

Hochwald, però, va molto oltre al racconto della strage e dell’attentato, per mettere in scena le complesse contraddizioni interiori dell’animo umano e di una società giudicante e ostile nei confronti del diverso e dell’inatteso, piena di tabù e codici da non infrangere. Mario è un giovane ribelle, un 'cattivo ragazzo' che combatte ferocemente e, nonostante sembri sempre fare la scelta sbagliata, prova a non arrendersi di fronte alla tragedia e al dolore, cercando un modo per essere se stesso. Come fa quando indossa di tanto in tanto nel film una parrucca bianca, simbolo di una sua altra identità che prova disperatamente, attraverso quel travestimento, a far emergere. “Il tema del doppio e del mascheramento ha molto a che fare con l’Alto Adige e il vivere in un paese di confine - conferma la regista - Noi altoatesini siamo sempre imbarazzati dell’essere italiani ma non fino in fondo. C’è sempre in noi questo conflitto di identità. Lo stesso confine e il conflitto che caratterizza il carattere del personaggio di Mario, che è sempre sull’orlo dell’abisso”.

In più di una scena Mario guarda diritto in macchina, con un atteggiamento quasi di sfida nei confronti dello spettatore: “In ognuno di noi c’è una parte di Mario, la sua nostalgia di andare via, di cambiare ruolo, di uscire e oltrepassare un confine. Volevo che il pubblico si sentisse coinvolto ogni tanto in un dialogo con l’attore. Mario ha un carattere ribelle, e il suo stesso guardare al pubblico è un atto di ribellione”.

Tra gli elementi importanti l’uso diffuso della musica, che accompagna l’intero svolgersi delle vicende, accordandosi alle contraddizioni interne del protagonista: “La musica nel film ha il compito di trasportare le emozioni, non volevo usare la musica classica da film, ma volevo che le canzoni corrispondessero alle emozioni dei personaggi. Per questo c’è una parte di musica italiana del passato che trasporta le emozioni della mia gioventù, l’italianità che è in me, insieme alla nostalgia di essere in un altro tempo; e ci sono poi  varie canzoni in inglese scritte da un cantautore tirolese che trasmettono, invece, tutta l’emozione del vivere in un piccolo paese di montagna”.

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