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“In questo documentario ho seguito le orme di Herzog, ripercorrendo la sua stessa strada quasi mezzo secolo dopo, riflettendo sul suo cinema e sul senso della creazione; guardando al passato e, attraverso la mia esperienza, anche al presente. Durante il viaggio ho pensato alla solitudine del cinema e al bisogno di creazione, ai progetti che rimangono lungo il cammino, alla frustrazione del rifiuto, all'euforia di creare un'immagine potente nella mente di un’altra persona. Mi piace pensare che questo film sia una lettera cinematografica indirizzata a uno dei migliori ‘soldati’, come lui definisce noi registi, nella storia del cinema. Un viaggio dal passato al presente cercando di trovare la mia voce come regista”, spiega Pablo Maqueda.

La sezione TFFdoc ha deciso di dedicare un focus al paesaggio: Dear Werner – Walking on Cinema, dell’autore spagnolo, chiude l’approfondimento, ripercorre il viaggio a piedi che l’autore tedesco fece nel ’74, da Monaco di Baviera a Parigi, un pellegrinaggio per scongiurare la morte della critica Lotte Eisner, profilo imprescindibile della cinematografia alemanna, mentore di Herzog, persona per cui ha nutrito una forma di Fede artistica e umana.

“Mi era stato detto che Herzog fosse una persona inavvicinabile, ma grazie - forse - all’affetto che c’è nel mio film, ci ha voluto aiutare: è stato coinvolto nella sceneggiatura, mi ha suggerito di parlare più di me, di essere più profondo con i miei elementi biografici. Con la sua voce narrante è come la voce di Dio. La religione (rispetto all’idea di un pellegrinaggio che può richiamare questo viaggio, ndr) è importante come aspetto del film: da bambino ero molto credente, la mia Fede è stata molto profonda, ma arrivato a 18 anni ho cominciato a perdere la Fede in Dio, una stadio che mi ha permesso di abbracciare la cinefilia. E in quel momento ho scoperto Herzog, che per me è sempre stato un Dio, grazie alla voce narrante dei suoi documentari. Questo Dear Werner è una lettera d’amore”.

46 anni più tardi dal viaggio herzoghiamo, un giovane autore ricalca le orme del cineasta 78enne, come inchino al maestro e al suo cinema, un percorso non solo artistico, ma precipuamente composto di spazi, di stati dell’anima, di ricerca di senso, personale e del cinema. E, in questo viaggio, Werner Herzog c’è, con la propria voce, che accompagna il doc, che legge estratti dal suo libro Sentieri nel ghiaccio.

“Ho proposto un viaggio sensoriale partendo dal suono, della Natura, che doveva essere violenta, come lo è quella di Werner: il punto di vista un po' da videogame mi è stato fornito dall’ingegnere del suono del film, abbiamo voluto creare un’atmosfera molto potente grazie anche al suono. Mentre giravo questo film non volevo mostrare una Natura bella, ma dei sentimenti, per cui ho scelto di girare con la nebbia che mi soffocava e il mio obiettivo, come regista, è sempre stato quello di lavorare con due piccole mdp in mano, per spingere al massimo il digitale, con gli occhi testimoni di un grande paesaggio. Non sono un dop e in quell’occasione dovevo fare tutto, anche giocare con gli obbiettivi, con il mio visore della mdp, per giocare con la Natura intorno a me. Mentre giravo nella Foresta Nera in Germania, in gennaio c’era un insetto mortale, una pulce: avevo una paura pazzesca, mi muovevo nella Natura della Foresta come in un’esperienza immersiva, avevo un profondo interesse verso la Natura, anche perché al contempo l’ingegnere del suono componeva mentre io stavo girando, restituendomi man mano dei miei girati, a quel punto musicati: mi sono sentito un personaggio di Herzog. Lui è stato importantissimo per me: ho appreso da lui l’economia dei mezzi, soprattutto dai suoi doc, non importa l’attrezzatura di cui disponi ma ciò che stai filmando, quindi grazie a lui ho capito che la Natura è un altro personaggio del film. Credo che la trama, i personaggi folli e audaci di Fitzcarraldo (1982), cerchino di giungere ai confini del mondo, e volevo arrivare appieno dentro questo concetto e in questo il suo lavoro mi ha davvero ispirato. Il mio cammino da Monaco a Parigi, girando il doc, è stato un momento terapeutico, il mio stato d’animo ne ha avuto degli effetti positivi: Herzog m’ispira, è come uno specchio, una bussola; la mia è davvero una lettera d’amore, da lui sono riuscito ad avere delle lezioni che mi hanno permesso di parlare di me senza paura, perché, se sei sincero, sarai più intimo con gli spettatori”.   

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