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La famiglia Rovelli (già protagonista di 10 giorni senza mamma) – Carlo (Fabio De Luigi), Giulia (Valentina Lodovini) e i loro tre bambini – in questa seconda storia sono messi in scena per un’avventura natalizia, lontanissima da casa, luogo – quest’ultimo – soggetto ricorrente delle discussioni tra la coppia di genitori, che si confronta sulla divisione dei compiti famigliari e casalinghi, soprattutto da quando lei, di recente, ha ripreso a lavorare ed è in odor di promozione con tanto di possibile trasferimento; necessariamente, lui si fa centro di riferimento per figli e faccende, ma Carlo non si vuol prestare a essere "mammo", e decide di cercare un impiego. 

L’idea di un sequel perché: “Mi sembrava che la storia, con tutto che venisse raccontata parecchio nel primo film, avesse ancora da dire, si potesse ancora parlare di questa famiglia, e di quello che i due genitori rappresentino dal punto di vista sociale: abbiamo provato a ribaltare i ruoli e chiederci cosa succeda ad un padre, che comincia anche ‘ad avere un’età’, se la mamma torna davvero… a lavorare. E poi c’era la cosa del Natale: questa storia e questa famiglia potevano essere incrociati dal Natale e incontrarsi con la figura di Babbo Natale. Raccontare una storia di Natale è piacevole, puoi muoverti nell’ambito di narrazione della fantasia: mettere l’ingrediente fantastico, nell’iperreale della famiglia Rovelli, mi sembrava una bella occasione” spiega il regista, Alessandro Genovesi, che, a questo punto, fa domandare se ci possa essere anche un terzo capitolo con protagonisti i Rovelli, ma: “Chi lo sa? Anche l’altra volta non avevamo in mente una seconda parte della storia, poi abbiamo avuto una conferma dal successo del film, che ci ha fatto venir voglia di andare avanti a raccontare. Al momento, dentro di me, non c’è”, ma chissà… perché Babbo Natale potrebbe far miracoli. 

La prima magia, questo Babbo Natale - ironico nell’animo e calzante nell’aspetto e nello spirito - l’annuncia subito: “La dimostrazione che sono Babbo Natale è che farò finire il 2020! E per l’anno futuro posso dire che credo peggio di quello presente sia molto difficile possa essere! Io sono Babbo Natale: ho pensato per anni lo fosse Bud Spencer e invece lo ero io, o forse lo era anche lui, e ora lo sono io. Sono arrivato all’età giusta, sarò Babbo Natale per tanti anni! E poi ‘sono stato investito’ dalla famiglia più adatta: la struttura del film era piena di tiranti per l’ingresso di Babbo Natale”, dice Diego Abatantuono del suo ruolo fantastico, del personaggio di cui veste – è proprio il caso di dirlo – i panni, con una disinvoltura e un affetto da istrione, ma anche “da vecchio saggio”, quale Babbo Natale è, e così sente di condividere un pensiero rispetto alla situazione pandemica: “Voglio dire di stare attenti, è una sofferenza pazzesca: teniamo alta la guardia”, ricordando anche i comparti dello spettacolo al momento paralizzati dalle circostanze, come il teatro, che Abatantuono evoca soprattutto per il proprio legame personale con l’amato cabaret da cui ha cominciato la carriera… fino a diventar il lappone Babbo Natale, appunto.  

E proprio Virus e Lapponia si sono “incrociati” nella produzione di questo film - girato anche in Alto Adige, con il sostegno della IDM Film Found & Commission - infatti: “Noi siamo stati abbastanza fortunati, avevamo quasi finito tutto, tranne l’andare in Lapponia per delle scene: lì siamo stati interrotti, parte della troupe era già partita, e la cosa è coincisa con i giorni del lockdown; poi, abbiamo terminato a luglio, modificando all’interno la storia per adattarla alla stagione con poca neve”, precisa il regista, a cui fa eco Alessandro Usai, amministratore delegato di Colorado Film: “S’era fatta la scelta – non usuale – di girare d’inverno, scelta di cui siamo stati felici anche perché restituisce l’atmosfera, e avevamo l’esigenza di partire presto con le riprese, e questo ci ha aiutati, portandoci avanti sul piano di lavoro: come produzione, dopo il primo periodo di lockdown, abbiamo continuato a lavorare; la differenza più grande, delle produzioni di adesso, è il giorno settimanale dei tamponi, perché ci dice se potremo proseguire a lavorare”. 

Una storia di fiaba, quanto realistica, soprattutto per la carriera di Giulia, che si gioca il 24 dicembre, in un colloquio che si terrà a Stoccolma: Carlo, non potendo immaginare di smembrare la famiglia per il Natale, recupera un vecchio camper e affronta – con lei e i bambini – il viaggio verso il Nord svedese, un tragitto imprevedibile, di cui – appunto - fa parte anche Babbo Natale. “Rispetto al primo film, è stata una naturale conseguenza: ci siamo ritrovati a quel punto, con la voglia di raccontare ancora un altro pezzettino di quella vicenda famigliare. Per fortuna con l’ingresso di Babbo Natale, che ha sparigliato le carte”, riflette Fabio De Luigi. “Ci sono delle esigenze che secondo me valeva la pena raccontare; ‘io ho studiato per questo’, dice il personaggio di Valentina quando le propongono un colloquio: sono degli egoismi, che chiedono affermazione per qualcosa di fondamentale per un adulto, qualcosa che però riesce a minare le sicurezze, dell’uno e dell’altra; quindi, il viaggio – e l’incontro con Babbo Natale – diventa catartico per tutti, anche per i genitori, fino a che arriviamo alla mamma, che capisce come forse questa cosa a cui lei tiene tanto non sia così importante; non si vuol dire che le donne debbano stare a casa con i bambini, ma se scegli di fare tre bambini qualche rinuncia devi farla – anche se lei continua a fare l’avvocato - e sono rinunce giuste e piacevoli, e mi sembrava interessante come tema da inserire in una commedia famigliare. Sono quasi femminista e noi raccontiamo un personaggio, Giulia, contenta di essere tornata a lavorare: lavora 15 ore al giorno, e i figli ne lamentano l’assenza; a mio parere, quella è un’esagerazione e ti fa perdere dei momenti famigliari; quindi, secondo me, non è che la donna con figli non debba lavorare, ma non deve lavorare 15 ore al giorno”, conclude Genovesi. 

Mentre Valentina Lodovini, del proprio personaggio e delle tematiche connesse, riferisce che: “È stata una cosa su cui abbiamo discusso, ma io ho amato molto Giulia anche per questo: credo che uno dei punti di forza maggiore, del primo e di questo film, sia l’identificazione; a me faceva impazzire rappresentare una donna che dovesse trovare l’equilibrio tra il lavoro che la appassiona e l’essere madre. La famiglia viene affidata a Babbo Natale, in un certo senso, e credo la scelta finale di Giulia – che comunque non rinuncia al mestiere - sia anche per non stravolgere i figli; più che una questione di genere, l’ho vista come una scelta per non creare un trauma”. 

10 giorni con Babbo Natale, disponibile in esclusiva dal 4 dicembre su Amazon Prime Video, è una produzione Colorado Film con Medusa Film, per cui Giampaolo Letta, vicepresidente e amministratore Delegato, chiamato a riflettere sul fatto che per questo Natale non ci sarà box office e le piattaforme non danno dati, riscontra che: “È una situazione particolare, credevamo quest’estate di averla sfangata e che con tutte le precauzioni si potesse continuare ad andare al cinema quest’inverno. Siamo dispiaciuti perché è un film nato per il Natale e la sala, ma comprendiamo la situazione: ci siamo ritrovati con gli amici di Prime Video, e il miglior riscontro – ma questo anche in sala – è quando il pubblico fa i complimenti: questo film, si sente nell’aria che è già apprezzato. E la grande diffusione ce lo consentirà”. 

Un entusiasmo condiviso da Viktoria Wasilewski, head of content di Prime Video: “Abbiamo un grande focus sul cinema italiano, la situazione ha dato la possibilità di aiutare produttori/distributori a portare i film immediatamente ad un pubblico: questo film, siamo molto felici di portarlo ai nostri clienti, anche internamente siamo molto contenti”. 

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