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Il docu film è un viaggio creativo percorso dall’artista nell’ideazione e creazione di 4 opere d’arte monumentali in alluminio riciclato, realizzate con la partecipazione di alcuni 'scugnizzi' dei Quartieri Spagnoli e posizionate, come segno di riscatto, in luoghi simbolici di Napoli. Il progetto pone l’attenzione sulla necessità di salvaguardare l'ambiente e si fa portatore di messaggi positivi di rinascita etica e culturale facendo leva sull'inclusione sociale dei ragazzi dei Quartieri Spagnoli.  E’ stato selezionato dal MAECI (Ministero degli affari Esteri) nell’ambito del Progetto Promozione Paese Italia nel mondo attraverso il Cinema di settore relativo all'arte, con proiezioni in tutti gli Istituti Italiani di Cultura all’estero a cura del MAECI.

“Naturalmente prima del film viene la ricerca artistica – spiega Di Luggo – che ha sempre avuto gli occhi come filo conduttore. Sono il simbolo dell’identità e uno stimolo per abbattere stereotipi e pregiudizi. Ho rappresentato gli occhi con un sistema fotografico macroscopico, occhi di tutte le persone che potevo incontrare: star di Hollywood, persone con diversa abilità, veramente gente di ogni status immaginabile. Poi sono entrata in un carcere minorile, senza presentazioni, con un lavoro performativo che aveva per tema il ‘non mollare mai’, never give up, trasmettendo questo messaggio per abbattere anche il loro pregiudizio nei miei confronti. Non volevo che mi considerassero migliore di loro, ma che imparassero a calcolare il bilancio della vita anche in base alle opportunità che si sono avute. Questo ha rotto ulteriori barriere. E volevo anche che gli spettatori capissero cosa si prova a stare in cella, la sofferenza, senza puntare il dito o pensare ai motivi per cui ci si trova in quella condizione. Ho lavorato con la Fondazione Kennedy per i diritti umani e poi ancora un progetto sulla diversa abilità visiva, che mi ha portata a stare per giorni al buio, da ignorante, per capire cosa si provasse in quelle condizioni. Ho costruito in una cupola nera un percorso verso la luce, chiaramente anche in corrispondenza con un percorso spirituale, e per l’abbattimento degli stereotipi. Così arrivo a Napoli Eden, nato assieme alla richiesta del Consorzio Alluminio, che aveva capito che potevo affrontare anche quel materiale. D’altro canto, anche l’’adlumen’ ha a che fare con la luce. Mi sono posta dei limiti: innanzitutto il materiale non lo avrei fuso né rielaborato. Volevo si vedessero i frammenti. Poi avrei rispettato la città e i suoi abitanti. E naturalmente la sicurezza. Era un’opera di Natale, non dovevo essere invadente. Né ho voluto mettere nessuno a guardia delle opere, pur sapendo che rischiavano di essere vandalizzate. Ho avuto ragione. I ragazzi dei quartieri spagnoli, piuttosto, me le pulivano. Una volta, dopo un temporale che ne aveva rotta una, l’hanno accomodata con una scopa. E’ stato commovente”.

Il film alterna momenti di rappresentazione della realtà con altri di fiction, anche in ottica multimediale, con la presenza di volti noti della tv e del cinema (Patrizio Rispo, Nino Frassica) e della musica (Enzo Graganiello): “Ho chiesto di essere sempre me stessa – dice ancora Di Luggo – non ho velleità attoriali. Anche Frassica interpreta fondamentalmente sé stesso, così come Graganiello. Erano tutti spiazzati dal mio modo di fare, ma è una costante della mia vita. Non c’era sceneggiatura, ma un montaggio e dei tempi. Ho ripetuto qualche campo e controcampo, e basta. Le uniche scene ‘recitate’ sono quella in cui Rispo interpreta un Presidente di Commissione, non presente in quel momento, e quelle con me da bambina, che uniscono realismo a surrealismo”.

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