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La tigre e il dragone (2000), opera di Ang Lee, gli ha fatto conquistare un BAFTA e un Oscar, sue le premiate Scenografie del film, per cui dall’Academy aveva ricevuto anche una candidatura per i Costumi: Tim Yip, artista di Hong Kong, usa le arti visive declinate e applicate al costume design e alle visioni contemporanee, dando vita a creazioni spesso immaginifiche, sia per il teatro che per il grande schermo. Precursore dell’onda estetica “New Orientalism”, con cui ha concorso a far conoscere e comprendere al mondo la bellezza e la cultura delle arti cinesi. 

I suoi costumi sono stati esposti da Taiwan a New York a diverse città d’Europa, come sua è stata la direzione artistica del suggestivo spettacolo olimpico del 2004, quello della cerimonia per il passaggio di consegne da Atene a Pechino. 

Tim Yip partecipa ad un incontro con l’artista inglese Pandemonia, ma il Fashion Film Festival Milano si onora di ospitarlo anzitutto come presidente della Giuria, dedicandogli anche di essere protagonista assoluto di un’esclusiva conversazione con Gloria Maria Cappelletti, curatrice artistica della manifestazione, dialogo in cui il cuore delle parole di Yip sul costume design e sulla moda si articola partendo dal concetto di cultura: “Ogni cultura ha un carattere diverso, la forma base di un vestito, la bellezza al suo interno. E quando ho a che fare con essa, in base all'attore - perché qualcuno può essere molto alto, qualcuno davvero bravo nel parlare, qualcuno eccellente nelle arti marziali - cambio l'intero aspetto della direzione. Per i costumi, quando lavoro a un film, o a opere teatrali, penso la moda diventi un personaggio. Se vuoi costruire un personaggio, racconterai la storia attraverso il suo costume. Ma quando ho lavorato a Love Infinity ho incontrato tutte le persone e loro davano un altro significato al concetto di costume: ‘Il costume significa vestirci. Quello che sto cercando, quello che voglio mostrarti, quali sono i miei sentimenti, qual è la mia identità, costruirò un look per mostrarti queste cose, non smetto e continuo a mostrarmi’. Non ho mai visto il vero volto degli artisti. Per tutto il tempo lo mascherano e diventano un'idea. So che la moda può far crescere il potere delle persone. Penso sia diventata molto importante, perché quando indossi una bella giacca, hai un bel look, stai cambiando il tuo intero ambiente. Puoi cambiare il modo in cui le persone ti guardano, la tua fiducia in te stesso, tutto diventa bello”.

Yip amplia il suo discorso sulla visione toccando anche l’aspetto tecnico che la consente, infatti ammette che: “La macchina da presa è molto speciale perché quando la uso non vedo davvero, faccio domande, la mia opera sono le domande, non fornisco risposte, non devo rispondere, voglio ottenere la risposta dal mio interlocutore e questo mi spinge a fare un'altra domanda. E’ questo il processo di creazione di un film”.

Un processo che è creativo, di conseguenza libera espressione soggettiva, così Tim Yip sostiene che: “La libertà è naturalmente una responsabilità. Se hai responsabilità hai libertà. Ho la libertà di amare le persone, ho la libertà di prendere le mie cose per darle ad altre persone che ne hanno bisogno, questa è libertà. Ma quando ho la libertà e non condivido le mie cose non ho responsabilità, quindi quella libertà non è qualcosa che serve al mondo. Questo è ciò che mi interessa: come (le persone) si riuniscono, come si separano. Voglio andare da tutti e vedere qual è la differenza, storie diverse, background diversi, limiti diversi, difficoltà diverse, e voglio davvero prendermi cura dei diversi caratteri delle persone, perché la società parla sempre delle persone privilegiate, che hanno già tutte le risorse, tutti li amano, sono famose, non parliamo di altro. Ma alla fine non è la vita vera. Non è quella la molteplicità della vita”.

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