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Nel marzo del 1942 la giovane Helena viene portata insieme ad altre mille ragazze provenienti da tutta la Slovacchia ad Auschwitz. É il primo contingente di donne portate nel campo di concentramento polacco. Derubate di tutto, spogliate, rasate, oscenamente toccate dalle mani zozze dei nazisti, coi grembi violati con uno strumento metallico, buttate a lavare come un cencio usato nella pozza che si sporca col sangue delle vergini. Vittime da subito dell’orrore umano e del dissennato campionario di atrocità che la storia dei campi di sterminio ci ha tramandato. Arrivano in mille all’Inferno, iniziano a lavorare dapprima alla distruzione della città, completando la demolizione degli edifici semi-distrutti senza avere la possibilità di correre mentre i muri crollano. Così per quelle che si trovano nelle prime file il destino è una morte senso senza, stritolate sotto le macerie da cui non sono autorizzate a fuggire. Tutte ogni giorno fanno a gara per spingere in avanti le altre, quelle che un giorno erano state loro amiche. Si trasformano in animali che vivono nel fango, per sopravvivere perdono i residui della loro umanità.

C’è una foto che passa di mano in mano tra i testimoni chiamati a ricostruire le vicende accadute nell’interessante e sorprendente documentario di Maya Sarfaty Se questo è amore, con un riferimento diretto nel titolo italiano al capolavoro di Primo Levi: è quella di una bella ragazza, sorridente. Indossa la divisa a strisce del lager che rende quasi surreale la sua immagine pienotta, in cui sembra quasi felice e in salute a dispetto del luogo in cui si trova. È Helena Citron, detta Hindo, la famiglia sognava per lei una carriera da attrice e cantante, come quella del padre. “Era sempre così bella, come una pesca, irradiava luce”, dicono di lei le sue ex compagne di prigionia, e quella foto gliela aveva scattata Franz Wunsch, l’ufficiale austriaco delle SS che si era innamorato, ricambiato, di lei. Che aveva fatto fare di quella immagine diverse copie di cui negli anni aveva continuato a ritagliare ossessivamente il volto incollandolo ad altri vestiti e sfondi, in inquietanti fotomontaggi in cui la ragazza appariva come avrebbe voluto vederla dopo la guerra. Una tecnica presa in prestito dalla regista per alcune scene chiave, in cui ha utilizza foto storiche e immagini d'archivio ritagliandole e componendole in meticolosi fotomontaggi multistrato, che si alternano alle testimonianze dirette.

L’avvicinamento tra i due era avvenuto quasi per caso: Helena era stata scelta per cantare durante uno spettacolo per il compleanno del comandante del lager, Franz dopo l’esibizione le si era avvicinato chiedendole “per favore” di cantare nuovamente solo per lui. A quel gesto che le era apparso inaspettatamente umano, a quell’attenzione rivolta proprio a lei tra le tante, la ragazza si appiglia, per non perdere la sua di umanità. “D’improvviso ho sentito la voce di un uomo che chiedeva per favore e non di una belva”, ricorda Helena che in quello sguardo posato su di lei non ha visto più gli occhi di un assassino ma quelli di un uomo che continuerà a proteggerla e a prendersi, a suo modo, cura di lei. “Quello che mi ha spinta a raccontare questa storia - racconta Maya Sarfaty – è l’ambivalenza delle due figure principali. È impossibile parlare di Franz solo con uomo malvagio, era una guardia con una tendenza sadica ma era anche capace di provare amore e compassione. Helena non era la tipica vittima innocente, era una donna forte con uno spiccato spirito di sopravvivenza. Questo ha creato una zona grigia tra malvagità e purezza, che mi ha dato la forza di voler raccontare la vicenda”.

Sul perché fare di questa storia così incredibile un documentario e non, magari, un film di finzione, la regista, che ha ammesso di conoscere la storia sin da bambina e di aver provato più volte a raccontarla attraverso linguaggi narrativi diversi, precisa: “Questa storia era talmente grande che il mio ruolo è stato quello di fornire un palcoscenico alle persone che l’hanno vissuta, ho creduto che solo il documentario potesse catturane lo spirito nel modo giusto e rendere la storia nella sua interezza”.

Dal giorno del loro incontro la vita di Helena migliora, viene trasferita a lavorare in un settore privilegiato in cui vengono smistati i bagagli dei nuovi prigionieri, da cui può con facilità sottrarre cibo e biancheria nuova. Tanto gentile con lei e con chi le sta intorno, quanto crudele e sadico con gli altri prigionieri. Lui la protegge, le parla gentilmente, le porta lenzuola pulite, si ferma a guardarla dormire, accetta di salvare la vita alle donne per cui lei chiede aiuto, come fa con la sorella maggiore di Helena che salva lasciando però che i suoi due figli vengano uccisi (vicenda che la sorella di Helena rinfaccia pubblicamente alla donna in una drammatica intervista televisiva degli Anni’ 80, in cui la incolpa di averla salvata per l’egoismo di non rimanere sola).

Nonostante il rischio di essere scoperti e giustiziati, i due portano avanti quella relazione proibita fino alla fine della guerra. Trent’anni dopo, Helena riceve una lettera dalla moglie di Wunsch, che le chiede di "restituire il favore": testimoniare a nome di suo marito nel processo in Austria in cui è accusato di crimini contro l’umanità, mettendo la donna di fronte a un dilemma, per cui sarà più volte colpevolizzata dall’opinione pubblica negli anni: salvare l’uomo che l’ha salvata o testimoniare come fiera donna ebrea contro quell’uomo e i suoi crimini? Helena sceglie di testimoniare, nel 1972, in uno dei processi che la Storia non può che additare come vergognoso, in cui gli unici quattro nazisti austriaci imputati portati alla sbarra (a dispetto dei circa settanta denunciati) furono tutti assolti per non colpevolezza.  “Non ho avuto problemi con la comunità israeliana e ebraica, quanto con il pubblico austriaco – rivela la regista, che sottolinea come l’ostilità sia collegata al modo in cui l’Austria reagisce rispetto al suo passato. “Tuttora la nazione non è riuscita a risolvere il suo rapporto e il suo ruolo nella Seconda guerra mondiale. Oggi per la prima volta, le persone di terza generazione sono finalmente in grado di guardare indietro ma hanno difficoltà a vedere l’ambivalenza del personaggio di Franz. Alcuni pensano che il film spieghi e renda più chiaro la responsabilità dell’Austria nella guerra. Ma nel documentario io dico una cosa differente: Franz era un essere umano e in quanto tale era ambivalente. Gli atti che sono stati perpetuati non sono stati compiuti da mostri ma da esseri umani”.

Maya Sarfaty ci tiene, però, a precisare la sua ferma posizione nei confronti dell’ufficiale nazista: “Non penso che l’incontro con lei abbia cambiato il suo animo, l’ha amata ma finisce qui, non è un salvatore. Durante il suo processo ha detto di essere caduto in depressione mentre era nel campo e di aver provato ad essere trasferito altrove, ma Helena nel documentario lo smentisce dicendo di non aver mai sentito niente del genere all’epoca. Il modo, poi, in cui Franz parla di Mengele, con un sorriso stampato in volto come se parlasse di un amico del passato, mostra tutta la sua malvagità. È stato assolto per l’ambiente che c’era in Austria negli Anni ‘70, ma chiaramente è stato un errore, doveva essere condannato perché non credeva che tutti gli ebrei meritassero di essere liberati e non ha salvato quelle donne perché credeva che quanto accadeva fosse profondamente sbagliato”.

Era, allora, amore il sentimento che c’era tra i due, secondo la regista? “Si può forse parlare di amore o libera volontà nelle condizioni in cui si viveva ad Auschwitz? Ci vengono offerte tante risposte diverse dalle parole delle donne che raccontano la loro testimonianza, anche i due personaggi mostrano apertamente la grande differenza di prospettiva che hanno: per Helena in nessun modo potevano restare insieme dopo la guerra, Franz la vedeva al contrario. Personalmente credo che passare così tanto tempo ad Auschwitz e perdere lì tutta la sua famiglia, abbia portato lei ad avere sentimenti verso Franz, ma parlerei piuttosto di gratitudine, non di vero amore in una relazione così disequilibrata”.

Il film, distribuito da Wanted Cinema, arriva sulle principali piattaforme TVOD in occasione della Giornata della Memoria, a partire dal 27 gennaio, con il patrocinio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI).

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