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La perenne presenza al di là della vita terrena: ci sono storie, ed esseri umani ad esse intessuti, per cui l’assenza fisica quasi amplifica la presenza dell’anima. E la storia di Nino (Renato Pozzetto/Lino Musella) e Caterina (Stefania Sandrelli/Isabella Ragonese) è un prezioso spaccato di vita ed eternità, la cui essenza vive proprio nell’assenza. 

Quando l’anziana sposa si spegne - a 89 anni e dopo 65 di vita insieme - la figlia (Chiara Caselli), nell’auspicio di offrire una concreta carezza al papà, gli affianca un editor con velleità da romanziere, Amicangelo (Fabrizio Gifuni), vessato da un complesso e oneroso divorzio: per stimolare Nino a prendere per mano i propri ricordi, così da scrivere un libro sulla loro storia d’amore, lo scrittore accorda nel nome del “peccato veniale”, e infatti si scontra senza indugio con la personalità dell’anziano, essere umano agli antipodi. Eppure, la memoria lucida e il sentimento non impallidito dal tempo di Nino fungono da balsamo per l'uomo, propulsori di una complicità non scontata, poi sincera e intima, profondamente tale, nonché finestra che si spalanca sul brillare della potenza del sentimento, del suo essere sacro, eterno e immodificato, nonostante la morte

Lei mi parla ancora "è una storia esagerata, ho voluto entrare in una dismisura affettiva, che mi sembra venga a mancare nel presente dell’Occidente, in cui mi sembra ci sia una sorta di prudenza alla luce del ‘per sempre’, fondamentale negli anni ’50 che io ho vissuto, in cui anche l’amicizia, gli oggetti, potevano essere ‘per sempre’, quando per un attimo davi al tuo gesto qualcosa che aveva a che fare con l’immortalità”, riflette Pupi Avati. “L’idea di immortalità mi accompagna al di là del film, anche per la mia età, 82 anni: l’illusione di pensare che ci possa essere qualcosa che vada oltre quello che intravedo mi sembra legittima, e l’affettività è il fil rouge di ogni inquadratura, di tutta la storia; alla fine della proiezione privata, i miei figli hanno detto: ‘papà sei tu’ – riferito a Nino Sgarbi - infatti c’è molto di autobiografico, come il discorso sull’abbracciarsi, che era stata una considerazione di mia moglie, qualcosa di mio. È una storia d’amore così totalizzante che seduce tutte le età: riproporre il ‘per sempre’ l’ho sentito come un dovere, alla mia età conosco l’importanza dell’illudersi, del sogno”.

Un incontro d’anime, quelle di Nino e Caterina, ma anche di Nino e Amicangelo, un incontro di epoche, di visioni contraltari, di generazioni contigue eppure non medesime, imprescindibili sfumature, tutte, di questa storia, di cui Pupi Avati s’è preso cura con quel tratto suo distintivo di pura delicatezza, venata di affascinante mistero per ciò che non si rende tangibile, un complesso impasto d’amore pulsante e spirituale eternità, che gli interpreti hanno assorbito e da cui si sono lasciati animare con commovente efficacia, soprattutto un raffinato Renato Pozzetto, e così la versione più giovane di lui di Lino Musella, e un versatile Gifuni, per cui: “Pupi ha una padronanza del racconto impressionante e il mio personaggio è un ghost writer un po' controvoglia, con la legittima ambizione di essere scrittore: c’è una diffidenza iniziale (con Nino), lui è un po' l’irruzione del contemporaneo nel mondo novecentesco. Penso che tra le tante cose che porta il film, con estrema semplicità, con la grandezza di racconto di Pupi, ci sia il mondo della poesia, presentato con una grazia e una concretezza rarissime da trovare, e quindi sia anche un grande omaggio alla lingua italiana, per il gioco della citazione della letteratura e della poesia, che dà grande sostanza al film. Renato, poi, è un attore che ho amato moltissimo, e qui cambia un po' la vita del mio personaggio, lenisce i dolori”.

Cominciando dalla fine, in cui Avati evoca Pavese e l’immortalità - “L’uomo mortale, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia” - l’opera del regista prende corpo centrando il fuoco sullo spirito e la pratica con cui il romanzo è stato scritto, più che sulla rievocazione fattuale e malinconica, un accento in cui l’ambientazione padana, tanto cara e famigliare ad Avati, apporta quella sua personalità tanto briosa, quanto nebbiosa, che perfettamente convive come circostanza atmosferica quanto dell’anima delle persone le cui radici appartengono a quei luoghi, di cui è specchio Nino, Renato Pozzetto: “Pupi mi ha aiutato a giocare una parte che non apparteneva al mio passato. Dopo 5 minuti di lettura della sceneggiatura mi ero già commosso: l’ho letta, l’ho riletta, poi Pupi è venuto a casa da me a Milano e io, dopo essermi fatto diversi esami di coscienza, mi sentivo di poter affrontare il personaggio con onestà. Poi, gli Sgarbi mi hanno chiamato dopo la proiezione riservata, elogiando la mia prestazione: sono stato felice perché dalla storia si capiva il bene che hanno voluto al loro padre”. 

Infatti, “Il mio personaggio è ispirato a Elisabetta Sgarbi, ma nella sceneggiatura è ‘La Figlia’, un’indicazione molto precisa, la base su cui costruirlo: con una scrittura così alta come quella di Pupi tu trovi tutto e, benché lei sia un personaggio reale, che io conosco, ho preferito lavorare come se fosse un personaggio storico, questo insieme a Pupi che premeva sul suo essere figlia, e mixato alle mie personalissime emozioni, così da raccontare il momento particolare in cui si prende cura del papà”, riflette Chiara Caselli

Un padre, e un marito, che Stefania Sandrelli - la moglie anziana - ha celebrato: “Renato Pozzetto è stato magistrale, ‘mi sono innamorata’. Personalmente, una delle cose più belle del cinema sono le cose non dette, non fatte: sapevo di avere una lavorazione frastagliata, e io quando mi fido, mi affido, e questo è stato il mio primo film con Pupi Avati, quindi avere la preziosità, e anche l’emozione dell’attesa, alla nostra età, è stata una cifra già di per sé magica”. 

“Lavorare su Pozzetto da giovane era estremamente delicato, il rischio di essere tentato dall’imitazione era vicino: Pupi mi ha indirizzato passo dopo passo, e mi ha chiesto di andare un giorno a trovarlo sul set e osservarlo quando lavorava, così ho cercato di aggrapparmi alla dolcezza per la mancanza, alla delicatezza che lui suscitava. Con Isabella c’è stata una grande intesa lavorativa e Pupi ha una grande capacità di guardare dentro le tue qualità umane, qualcosa di molto raro”, dice Lino Musella

Seguito da Isabella Ragonese, per cui “Rina è un personaggio difficile da slegare dal marito: con Lino abbiamo lavorato molto insieme; Pupi ci ha lasciato molto liberi, non ha cercato di forzarci verso un’imitazione: la cosa importante per lui era crederci-non crederci, credere a questa coppia, a questo amore, il miglior modo per avvicinarsi a loro da adulti; e Pupi mi ha fatto sentire protetta, condivide con te, senza giri di parole: un atto di fiducia con l’attore”. 

Gli Studi di Cinecittà e il Delta del Po emiliano-romagnolo e ferrarese sono stati i luoghi in cui, per 6 settimane, il film è stato girato: nel cast anche Alessandro Haber (Bruno, il fratello di Caterina), Matteo Carlomagno (il figlio), Gioele Dix (l’agente), Serena Grandi (Clementina, mamma di Nino), Nicola Nocella (Giulio).  

Lei mi parla ancoralibro di Giuseppe Sgarbi, edito da Skira – è un film diretto da Pupi Avati, scritto con Tommaso Avati, e co-prodotto da Antonio Avati per Duea Film: un film Sky Original, prodotto da Bartlebyfilm e Vision Distribution; l’8 febbraio, prima assoluta su Sky Cinema e streaming su NOW TV, disponibile anche on demand. “Siamo molto orgogliosi come Sky di poter essere con Pupi: è vero che il ‘per sempre’ non si usa più, ma si usa rispetto all’Arte più alta, quella del cinema, e la vera forza di quello italiano resta la capacità di raccontare delle storie, e credo questo film abbia la caratteristica di base per cui ognuno possa trovare la propria chiave di identificazione”, chiosa Nicola Maccanico, executive vice president programming Sky Italia, CEO Vision Distribution. 

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