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È un viaggio visivo e sonoro nell’immaginario del cantautore bolognese Lucio Dalla il film documentario di Pietro Marcello Per Lucio, presentato in prima mondiale nella sezione Berlinale Special, proprio alla vigilia del compleanno di Dalla, il 4 marzo, ricordato nella celebre canzone che lo portò al successo. La narrazione dell’universo poetico di un artista anarchico e irriverente, istrione, provocatore, sfuggente, che è anche racconto di settant’anni di Storia d’Italia, a partire dai tragici eventi del dopoguerra e del boom economico. Un viaggio parallelo tra intimo e pubblico attraverso il mondo delle sue canzoni, meravigliosamente accompagnato da immagini di repertorio provenienti da diversi Archivi, pubblici, privati e amatoriali. Dall’Archivio Luce alla Cineteca di Bologna, agli archivi Rai, all’Archivio Audiovisivo del movimento operaio e democratico, solo per citarne alcuni. “La pandemia non ha aiutato per le ricerche d’Archivio”, ammette il regista la cui cifra stilistica unisce spesso immagini di repertorio a riprese. “È faticoso fare film in questo momento storico, mi è sembrato di lavorare in un periodo di guerra. Ho ancora bisogno di mettere a punto alcune cose, lavorando a lungo con gli Archivi voglio che tutto nel risultato finale sia accurato. È la prima volta che lavoro con tanti Archivi e non è facile, da un punto di vista tecnico e di restauro, mettere insieme tutti i diversi materiali”.

Il film unisce biografia e Storia, realtà e immaginario, e si concentra sul primo periodo dell’artista, sulle sue fatiche e la sua ostinazione nel diventate poeta. A partire dagli inizi come clarinettista in un complesso bolognese, alle difficoltà economiche di quando, trasferitosi a Roma, si ritrovava spesso a dormire per strada, fino all'incontro con lo scrittore Roberto Roversi, a cui deve molto della poetica delle sue canzoni. Parlando delle origini del progetto, l’autore di Martin Eden racconta di qualcosa maturato nel tempo le cui origini risalgono all'infanzia: “Raccontare Lucio Dalla è un mio desiderio antico. Lucio è stato un mio grande amore, conosco fin da bambino a memoria tutte le sue canzoni che ascoltavo dal giradischi di mio padre. Per me è sempre stato rappresentativo, le sue canzoni sono visive e visionarie, fortemente cinematografiche. Un grande poeta, geniale, di pancia. Mi ha sempre affascinato il suo non essere mediano, non ha avuto mai modelli, la sua originalità è unica, quella di un grande artista”. Un mito che è diventato negli anni anche una conoscenza personale per il regista che racconta: “L’ho conosciuto grazie a Toni Servillo, che ringrazio per questo. Già a ventiquattro anni, quando avevo realizzato i miei primi lavori, ero andato appositamente a Bologna per lasciarli sotto il suo zerbino. Naturalmente non avevo avuto da lui alcuna risposta. Anni dopo Servillo, che lo conosceva e con cui avevo appena girato La bocca del lupo, gli ha fatto vedere i miei film. Questo mi ha portato, poi, ad incontrarlo personalmente in occasione della presentazione de La bocca del lupo che ha fatto proprio Dalla a Bologna. Di quella sera ho un ricordo speciale, fu per me una vera epifania, ho ancora una nostra piccola foto insieme”.  

Lucio Dalla era un artista sempre tra la gente e gli emarginati, si faceva letteralmente inondare dalla vita che restituiva attraverso le sue canzoni. Pochi artisti come lui hanno saputo cantare così bene il Paese e le sue trasformazioni attraverso la poesia degli ultimi, perché, come sottolinea il suo amico d’infanzia Stefano Bonaga, l’ultimo dei disastrati lo ha sempre attirato più del primo dei fortunati. Le sue musiche dipingono un’Italia sotterranea e sfumata, che sa diventare più di una volta anche discorso di contestazione politica. Come avviene in Itaca, lirica in cui gli eroi sono per una volta i marinai che fronteggiano Ulisse: “Capitano che hai negli occhi il tuo nobile destino, pensi mai al marinaio a cui manca pane e vino? Capitano che hai trovato principesse in ogni porto, pensi mai al rematore che sua moglie crede morto?”

A fare da Cicerone in questo viaggio, il suo storico manager tuttofare Umberto Righi, detto Tobia, e il suo amico Stefano Bonaga, che restituiscono un ritratto intimo e quotidiano dell’artista, rievocandone la presenza come solo i migliori amici possono fare. “La cosa che mi ha dato la mia giovinezza con Lucio- racconta Bonaga nel documentario - è l’esperienza della sua attenzione per tutte le anomalie del mondo, dalle cose alle persone. Un amore per la vita a 360 gradi, senza nessun tipo di preclusione né di blocco iniziale”. Il film, che il regista vorrebbe presentare appena possibile a Bologna,  è prodotto da IBC Movie con Rai Cinema in collaborazione con Avventurosa e con il sostegno della Regione Emilia-Romagna. 

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