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Attesa per Céline Sciamma alla Berlinale, dove torna per la seconda volta a dieci anni da Tomboy, che aveva aperto nel 2011 la sezione Panorama e vinto il Teddy Award riservato alle pellicole con tematiche LGBT. Lo fa con una storia che, proprio come Tomboy, torna a parlare dell’infanzia e delle tappe che segnano il passaggio all’età adulta: Petite Maman, presentato in Concorso a Berlino. Quinto film della regista, che è tornata dietro la macchina da presa dopo il grande successo del Ritratto della giovane in fiamme, con un film più breve, di poco più di un’ora, e dal budget ridotto, girato in Francia in pieno lockdown gli ultimi mesi del 2020. Un film delicato e intenso, che parla di crescita ma anche di non detto nella relazione tra madre e figlia e, più in generale tra figli e genitori.

Una storia dai toni e colori autunnali, permeata da realismo magico che si fonde ai ricordi d’infanzia, in una casa vuota, con genitori presenti ma assenti. “Anch’io sono triste”, dice in maniera protettiva alla madre la piccola Nelly, mentre sta per addormentarsi nella cameretta che abitava, bambina, sua madre Marion. Ha otto anni, ha appena perso la nonna materna, ed è andata insieme ai suoi genitori nella casa dove lei viveva e dove ha trascorso l’infanzia sua madre, per assistere al pesante compito di svuotare quella dimora dai ricordi della famiglia e della donna che vi ha abitato, probabilmente per una vendita. “Perché?”, chiede elusiva e con forzata leggerezza sua madre, che pensa, forse, di aiutare la piccola omettendole un dolore che la bambina percepisce, però, chiaramente. Ma è proprio in quegli spazi di assenza e di non detto che si agita Nelly, probabilmente alla sua prima esperienza con la morte, che ha bisogno di sapere, di riempire i vuoti per superare il timore della perdita e affrontare il distacco (quello già avvenuta dalla nonna, ma anche quello possibile dai suoi genitori).

Dominata dalla tristezza, sua madre d’improvviso va via, per elaborare in solitudine il lutto, allontanandosi per un attimo da sua figlia e suo marito.  Nelly esplora la casa e ritrova i giochi d’infanzia di sua madre, li prova, chiede dettagli del suo passato, ha bisogno di mettersi nei suoi panni per capirla più a fondo. Perlustra i boschi circostanti dove sua madre giocava e dove aveva costruito una casa sull'albero di cui ha tanto sentito parlare. È lì che incontra una ragazza della sua stessa età proprio mentre sta costruendo una casa sull'albero. Il suo nome è Marion, proprio come sua madre…

Nelly accetta immediatamente l'evento bizzarro del trovarsi di fronte a una versione bambina di sua madre, così come farà poi da lì a poco l'altra piccola protagonista, facilitando, così, anche l'accettazione da parte del pubblico del continuo salto temporale tra tra passato e presente, tra realtà e fantasia. Nelly ha di fronte sua madre bambina, alla sua stessa età. Riflette in lei i suoi medesimi desideri (“avrei voluto avere fratelli o sorelle”), giocano insieme, vede sua nonna giovane e ancora in vita, in una situazione che le dà modo di poterla salutare per bene, come si era pentita di non aver fatto quando era ancora in vita in occasione del loro ultimo loro incontro.

Il potere della memoria e dell'immaginazione vengono esplorati nel film con una forza emotivamente risonante, in un'opera di grande intensità e lirismo che analizza, con precisione, un momento importante nel passaggio all'età adulta. Guardando, come è tipico della regista, alle grandi domande della vita da una prospettiva tutta femminile. Il film si avvale della rinnovata collaborazione con la direttrice della fotografia Claire Mathon (Ritratto della giovane in fiamme) e con il produttore Bénédicte Couvreur della Lilies Films. La distribuzione internazionale è affidata a mk2 Films.

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