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La Letteratura noir italiana ha alcuni caposaldi, e certamente quella contemporanea abbraccia saldamente Maurizio De Giovanni, autore di romanzi e soggetti tv/cinematografici che hanno ormai disegnato personaggi iconici sia per i lettori, sia per il pubblico televisivo della fiction più pop, da I bastardi di Pizzofalcone a Mina Settembre Il commissario Ricciardi

Maurizio de Giovanni con il Noir in Festival fa un perfetto passo a due, volteggia nel “genere” con disinvoltura, e lo ha fatto con un Focus, intitolato “La fucina di De Giovanni”, di cui ieri pomeriggio – 10 marzo - è stato protagonista assoluto, “insieme” a Sara, la sua Sara Morozzi, personaggio letterario ormai famoso per chi legge l’autore. “Ho un legame d’amore con il Noir, che ha avuto un ruolo fondamentale per la mia carriera, è stato il primo ad accorgersi di me, quando scrivevo per Fandango”, ha dichiarato subito lo scrittore.

“Scrivo storie e tengo sempre molto gli occhi sulla palla, e scrivo in forma di narrazione quasi verbale: ho una scrittura funzionale alle storie, quindi se ho in mano la storia poi racconto facilmente, motivo della mia prolificità. Non ho tanto una facilità narrativa, quanto una città - Napoli – che racconta storie, diverse, da angolazioni differenti: una realtà composita, complessa, molto articolata”.

Come riflette Marina Fabbri, co-direttrice del Noir con Giorgio Gosetti, e nell’incontro moderatrice: “La fucina è un’idea che restituisce il mestiere - ma anche mitologica –, con un possibile riferimento alle ‘armi’, e tali sembrano essere alcune storie e personaggi di De Giovanni”: tra i personaggi, Sara Morozzi, ancora protagonista di un libro, in scrittura – Gli occhi di Sara, in uscita per Nero Rizzoli il 30 marzo -, quarto romanzo.

“Sto scrivendo l’ultimo capitolo”, ammette subito l’autore. “Pochi minuti prima di collegarmi con il Noir ero collegato con il produttore Carlo Degli Esposti di Palomar, che metterà in scena Sara: abbiamo fatto una bella chiacchierata in termini produttivi, potremmo cominciare prestissimo a scrivere per la serialità, che promette di essere impegnativa ma anche stimolante. Sara è una donna di 60 anni, che per 30 ha lavorato in un’unità dei Servizi Segreti esperta in linguaggio non verbale, un talento scientifico, un’attività di deduzione dai gesti e della mimica. Sara mi permette di mettere le mani nei segreti passati di questo Paese, e immaginare anche quello che non è accaduto ma avrebbe potuto avere degli sviluppi. Gli occhi di Sara racconta dal settembre al novembre al 1990 e poi al presente, due tempi che confluiscono in un’unica storia. Nel 1990 a Napoli ci fu la visita di Giovanni Paolo II, era l’anno successivo la caduta del Muro di Berlino: in questa prospettiva racconto la storia di un gruppo di studenti rumeni – la Romania è stata l’ultimo regime comunista a cadere -, in città per studiare, ma sotto l’occhio di controllo di un’unità di cui Sara fa parte, prassi che avrà riflessi enormi su quello che sta accadendo a lei nel presente… di più non posso dire”, spiega Maurizio De Giovanni, che subito a seguire ha donato al pubblico collegato in diretta streaming con il Noir la lettura di alcuni passi dell’incipit del libro, in finale di scrittura appunto. 

“La storia contemporanea comincia proprio dove finiva Una lettera per Sara, e il tentativo di salvare il nipotino è un tentativo di salvare il futuro, per lei e per una generazione, che ha cambiato in peggio il mondo, qualcosa con cui siamo costretti a fare i conti. Sara ha la sventura di essere sincera, soprattutto con se stessa, andando incontro a guardare le cose senza sconti, costantemente. Nel suo caso, è anche una specialista a guardare la verità oltre la menzogna. Se tu hai un approccio esterno - come cerco io di avere, senza autobiografia -, leggendo i miei primi romanzi quasi mi sorprende l’approccio timoroso, cortese, come con persone con cui ‘abiterai’ per un pò, che però ancora non conosci: è un pò come presentarsi a dei vicini di casa”, continua l’autore. 

Le serie tv con i personaggi di De Giovanni hanno molto di cinema, a partire dalla regia, con riferimento esplicito ad Alessandro D’Alatri (I bastardi di Pizzofalcone e il più recente Il commissario Ricciardi), ospite – a sorpresa - del Focus: “E’ stata forse la cosa più difficile fatta nel mio lavoro, uno slalom quotidiano, una mole impressionate – durata tre anni, al posto dell’uno previsto - ma con un equipaggio straordinario; conoscere i romanzi, più che le sceneggiature, è stato fondamentale, sono stati i binari per conoscere i personaggi, ‘i sottotesti’ presenti nella letteratura di Maurizio. La cosa che molto mi è piaciuta è stato il lavorare sulla credibilità, della detection, ma anche dell’esoterico, dello storico, delle relazioni sentimentali, non senza il sapore della commedia, per cui la cosa più importante era conoscere gli scritti, e nutrire amore per Napoli, luogo con una straordinaria traccia drammaturgica italiana da sempre”, spiega il regista. 

“Io sono incantato dal lavoro che Alessandro ha fatto con le mie parole, voglio lo sappiano tutti, perché è un regista che ha fatto un lavoro di cuore, di testa e di mano. Da parte di tutti i miei personaggi ringrazio D’Alatri. Dico con franchezza che Il commissario Ricciardi, la fiction, credo abbia costituito un passo di lato nella tv italiana, con suggestioni da grandi sceneggiati della Storia della nostra televisione, come Il segno del comando. Con Ricciardi è stata fatta una scelta di novità, non è politicamente scorretto, non è stereotipato: secondo me è stato un lavoro importantissimo, innovativo per la televisione. Con Ricciardi inizia qualcosa di nuovo. Non riesco ad immaginare una prosecuzione di Ricciardi senza la regia di Alessandro D’Alatri”, afferma ammirato De Giovanni.  

Il regista celebrato dallo scrittore riferisce di essere alla dodicesima settimana di riprese de Il professore, con Alessandro Gassman, che vedremo probabilmente a ottobre. 

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