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L'ossessione di Stanley Tucci per Alberto Giacometti, che ha dato vita al biopic Final Portrait (interpretato dall'istrionico Geoffrey Rush e uscito da noi con il buffo sottotitolo L'arte di essere amici), si approfondisce nel documentario Alberto Giacometti by Stanley Tucci, diretto e prodotto da Elizabeth Dobson, disponibile su Nexo+ dal 18 aprile.

L'attore e regista statunitense ci immerge nell'universo artistico e umano dell'artista svizzero (1901-1966) di cui ricorrono nel 2021 i 120 anni dalla nascita e incontra diversi conoscitori del suo lavoro: lo scultore Antony Gormley, la direttrice della Tate Gallery Frances Morris, il collezionista Adrien Maeght, come pure alcuni amici che posarono per lui, tra cui Aika, all'epoca giovanissima. Addirittura entra nello studio parigino al 46 di Rue Hippolyte-Maindron, che gli era stato precluso durante le riprese del lungometraggio essendo una privata abitazione ed era stato ricostruito dallo scenografo James Merifield. Un luogo magico che rispecchiava la complessa personalità di Giacometti: angusto, fatiscente, spartano (il gabinetto alla turca serviva anche da doccia rudimentale grazie a un'asse di legno) perché, pur avendo raggiunto popolarità e alte quotazioni in vita, Giacometti non abbandonò mai lo stile di vita povero che contribuiva alla sua incessante ricerca della verità, alla scarnificazione della realtà, a non renderlo "schiavo delle comodità".

Tucci è cresciuto a New York con un padre insegnante d’arte e per lui ha posato tante volte, arrivando a comprendere in concreto quale sia l'essenza del ritratto, il voler cogliere un altro essere umano, o l'umanità nella sua verità ultima, senza mai riuscirci. Nel documentario, realizzato durante e dopo le riprese di Final Portrait, Tucci cerca di entrare nell'enigma Giacometti, viaggiando tra Londra, Parigi e Copenhagen, dove si trova una delle più importanti collezioni della sua opera. Parla ad esempio con Rohan Harris, l'artista che ha realizzato i dipinti del film e che vediamo all'opera nel ritrarre l'attore 'alla maniera di' con la promessa di distruggere poi il risultato, un falso d'autore.

Final Portrait si concentrava sul singolare rapporto con uno scrittore newyorchese, ricco e molto più giovane, James Lord (Armie Hammer) e si svolgeva quasi interamente nello studio parigino, con una concentrazione teatrale che attingeva al libro di Lord, A Giacometti Portrait. Tra i temi certamente la nevrosi d’artista: alcol, disperazione, incapacità di staccarsi dall’opera, andirivieni del processo creativo, autodistruzione… e i complessi rapporti con le donne, la moglie, sposata controvoglia, e l'amante e musa degli ultimi anni. Tra i pochi personaggi del film, appunto, il fratello Diego (Tony Shalhoub), suo braccio destro e in qualche modo suo agente, la moglie Annette (Sylvie Testud), donna indurita e intristita dal disamore, la prostituta Caroline (Clémence Poésy), spumeggiante e vitale, conosciuta ventenne quando Alberto aveva già 60 anni e diventata suo soggetto d'elezione con ben 28 ritratti. Una volta, insieme a Caroline, arrivarono dei gangster e pretesero tutti i soldi che Giacometti nascondeva nel materasso. Li ottennero senza problemi, "per lui il denaro era carta igienica", racconta uno dei testimoni nel documentario.  

Era maniacale il rapporto di Giacometti con i suoi modelli (venne cacciato dal movimento surrealista proprio perché dipingeva 'posati'). Con Lord vi furono 18 incontri, tra abbozzi stracciati e cancellati, fino al ritratto che gli verrà donato e che resterà tra gli ultimi dell’artista, morto due anni dopo, nel 1966. Il dipinto sarà venduto nel 1990 per 20 milioni di dollari. D'altronde l’incompiuto era parte integrante della poetica di questo artista celebre proprio per la sua straordinaria capacità di deformare e contorcere la figura umana, in particolare il volto, vicino in qualche modo a Francis Bacon e antesignano del XXI secolo.

 

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