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La storia della Ferrania, la fabbrica delle pellicole impiantata in un piccolo borgo dell’entroterra ligure, ha compiuto cento anni. Ferrania non è solo un luogo, ma anche un marchio riconosciuto in tutto il mondo che, per decenni, ha fatto la storia della fotografia e del cinema in Italia. Ma oggi è un territorio desolato, in cui vivono numerosi ex lavoratori dello stabilimento, in cerca di una nuova direzione. Un’intera vallata coinvolta nella chimica del fotosensibile, generazioni di uomini e donne che, al buio, hanno creato rullini, pellicole, radiografie, lastre per la stampa. Una fabbrica tecnologicamente avanzata, racchiusa dentro palazzi di gusto liberty, circondata dai villaggi operai, attraversata dal fiume Bormida e lambita dalla ferrovia, immersa fra i boschi dell’Adelasia.

Dall’installazione nella frazione di Ferrania di una fabbrica di esplosivi nel 1915, passando per il fascismo, la lunga fase contrassegnata dalla dirigenza dell’Ingegner Luigi Schiatti, l’acquisizione da parte degli americani della 3M, le lotte sindacali, le speculazioni e gli errori, si arriva fino allo scenario di abbandono, quasi lunare, dove si muovono i protagonisti del film e dove, nonostante tutto, ci sono attività imprenditoriali che cercano di rinascere, il film di Diego Scarponi Fantasmi a Ferrania, che passa al Biografilm è un’indagine, uno scavo e un’esplorazione.

“Si sviluppa e racconta attraverso la ricognizione storica – dice il regista – l’osservazione della contemporaneità, lo specifico filmico e fotografico. Ciascuno di questi ambiti semantici rappresenta un percorso relativo a Ferrania, che è oggetto complesso e stratificato (inteso appunto come fabbrica, luogo, storia, relazioni, prodotto, brand). L’obiettivo è far convergere questi percorsi in un unico scenario narrativo.Raccontare Ferrania è un modo per descrivere un secolo, il ‘900, ed è anche il tentativo di rappresentare un processo, quello industriale, che in Val Bormida – affiancando e sostituendo il lavoro agricolo – ha creato numerose realtà industriali, garantendo lavoro e benessere, sì, ma a costi altissimi: per l’ambiente e la salute dei suoi abitanti. Fatalmente, con la chiusura della maggior parte degli impianti industriali della vallata, si è generato un enorme vuoto che oggi pervade questo territorio. Ma il film è una esplorazione soprattutto attraverso i volti di tre reduci dell’esperienza Ferrania, Alessandro Marenco, Andrea Biscosi e Alessandro Bechis: tre uomini ancora in età da lavoro e che in Ferrania hanno passato venti anni di vita e che, con la fine di tutto, hanno dovuto cercare una nuova direzione. Loro sono custodi del percorso di una fabbrica che produceva la materia prima del cinema (non i sogni, la pellicola…) ed in quanto tale sfuggente ed evanescente come l’emulsione fotosensibile. In questi tre volti lo sguardo della macchina da presa cerca la dignità di chi è stato abbandonato ma non si è fermato, ed ha anzi dovuto ricominciare tutto da capo, senza essere stato risarcito. Chi ha lavorato in Ferrania è stato tradito dal tracollo di un’età industriale e dalla fine di un’epoca, che era piena di fiducia, forse anche superba , ma che presto si è tramutata in un presente senza futuro, contrassegnato dalla desolazione della disfatta”.

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