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Dopo alcune settimane trascorse in Marocco alla ricerca di luoghi e storie per un film sull'urbanizzazione e sul territorio, Elia Moutamid torna a Brescia, dove vive dopo esservisi trasferito da piccolo con la famiglia, per continuare il suo progetto. La pandemia lo costringe però a restare chiuso in casa e ad avviare un percorso autobiografico: Kufid, documentario che arriva in sala dal 17 giugno con Cineclub Internazionale Distribuzione dopo essere passato al Torino Film Festival.

Oltre i dubbi e le riflessioni sollevate da un virus che sconvolge famiglie e abitudini, sembra emergere un unico punto fermo: «Inch'Allah» (se Dio vuole).

“Il primo intento di Kufid – dice il regista, in Italia dal 1983 con la famiglia, ex perito metalmeccanico e responsabile della qualità in un’azienda, poi passato al teatro e infine al cinema con grande produzione di corti e documentari – è raccontare dinamiche umane attraverso la narrazione autobiografica, su un 'telaio narrativo' basato sul concetto di trasformazione urbana. In questo film ci sono io, c'è l'Italia del Nord, c'è il tempo presente. Qualcosa d’inaspettato e di enorme portata scombussola i miei piani e quelli del mondo: io, però, decido di usarlo a mio favore. La prima battuta della voce fuori campo dice: "Da piccolo i miei genitori mi hanno insegnato a dire Inch'Allah quando metto in programma di fare qualcosa". Ecco, Kufid è questo: la pianificazione di qualcosa di non pianificato. Un ossimoro. 

"Tutto è partito nel dicembre 2019. Ma quella volta non dissi Inch’Allah, e infatti le cose non andarono benissimo. A Fés, patrimonio dell’UNESCO, ci sono mura che hanno più di 1.200 anni. Ci sono nato, ma non cresciuto. Ci sono tornato per fare un sopralluogo ma anche per andare a trovare mio padre, che si è ritirato lì da due anni, con la scusa del documentario sulla ‘gentrificazione’, termine scivoloso per descrivere come e perché attraverso la cosiddetta ‘rigenerazione urbana’ e la lotta al degrado si arrivi spesso alla sostituzione degli abitanti. Un quartiere fino a poco prima degradato e stigmatizzato cambia faccia e diventa un rifugio per persone abbienti, creative, colte. Ma di fatto in nome della cultura si espellono in maniera subdola i residenti storici, poveri ed emarginati. Case popolari diventano hotel con terrazza da cui fotografare il fetore che viene poi postato su Instagram. Mio padre è tornato a Fés per trascorrere la pensione dopo 40 anni in Italia e non la riconosce più”.

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