/ ARTICOLI

LOCARNO. Era molto preoccupata Kasia Smutniak prima di ricevere il Leopard Club Award. Riconoscimento che il Festival di Locarno le ha assegnato in virtù della sua carriera cinematografica. Forse qualcuno le ha riferito che Ettore Scola, a proposito dei premi alla carriera, diceva: “Sono chiodi sulla bara”.

E probabilmente la Smutniak non si sente affatto al punto di arrivo di una carriera che l’ha vista interpretare con successo e sempre con grande intensità ruoli molto diversi. Sicuramente il calore con il quale è stata accolta a Locarno, prima in Piazza Grande e poi all’incontro condotto da Piera Detassis le ha fatto cambiare idea. In entrambe le occasioni infatti l’attrice è apparsa simpatica, spiritosa, e molto propensa a raccontarsi in maniera anticonvenzionale. Non stupisce dunque che abbia voluto ribattezzare il premio "Challenge”, “mi piace di più - dice ridendo – perché il mio è stato un percorso in cui ci sono stati sempre tanti rischi e tante scommesse. Mi piacciono le sfide, mi piace superare le mie paure. Se c’è qualcosa che mi spaventa, io non scappo, mi ci butto, perché tutto può essere un’occasione per imparare, per conoscere qualcosa di nuovo. Forse anche per questo fino ad oggi sono riuscita a non cadere nella trappola in cui cadono molti attori bravi, ovvero: ripetermi”.

Eppure per un film di grande successo come Perfetti sconosciuti , campione di incassi e di remake in tutto il mondo la Smutniak si è ritrovata addirittura a interpretare lo stesso personaggio due volte: “È vero, si trattava del remake polacco e infatti all’inizio non trovavo affatto interessante riprendere il personaggio interpretato per il film di Genovese, poi però mi sono resa conto delle differenze. Non era la stessa donna, così come in fondo non si è trattato dello stesso film. La Polonia e l’Italia hanno due culture diverse e guardando i due film te ne rendi conto. Proprio per questo motivo l’aspetto più interessante di questo lavoro è stato seguire il processo di adattamento”.

Ma tornando alle sfide, Kasia Smutniak parla di uno degli ultimi film che ha appena finito di girare (“dopo il primo lockdown ho ripreso a lavorare divorando progetti di ogni genere e non mi sono più fermata”), Pantafa, un horror di Emanuele Scaringi che a breve uscirà in sala: “È stato un film difficile e questo perché a me gli horror fanno paura, ma la storia mi intrigava e così ho deciso di provarci. Si parla di disturbi del sonno e inquietanti leggende popolari. Non credo però che lo vedrò, quando già avevo finito di girare e mi trovavo sul set del nuovo film di Silvio Soldini, 3/19, altro set di questo anno così strano, ancora non dormivo la notte per la paura! È stata decisamente una prova importante”. E poi c’è Il Colibrì, il nuovo film di Francesca Archibugi, anche questo girato pochi mesi fa, e tratto dall’omonimo libro di Sandro Veronesi, vincitore del Premio Strega 2020. Qui vestirà i panni di Marina, moglie del protagonista, interpretato da Piefrancesco Favino (tra gli attori c’è anche Nanni Moretti). Un progetto che ha avuto una lunga gestazione e che la Smutniak definisce un “film speciale” ma con un personaggio “decisamente difficile”. “Per Francesca Archibugi – spiega – questo libro è un punto di riferimento, ha un grande valore spirituale. Marina nel libro è raccontata in un unico capitolo, mentre nel film il personaggio occupa uno spazio diverso. Si è trattato quindi di lavorarci molto intorno senza perdere di vista la direzione del romanzo. Lavorare con con lei però è sempre molto interessante e gratificante. E poi è stato bello perché ho ritrovato Pierfrancesco Favino e Nanni Moretti. Con Moretti non recitavamo insieme dai tempi di Caos Calmo. Io non scelgo i film solo in base alle storie e ai ruoli ma anche in base alla fiducia che so di poter riporre in chi mi dirigerà”.

E parlando dei tanti registi con cui ha lavorato il primo pensiero va subito a Peter del Monte e al film Nelle tue mani, uno dei primi  interpretati da Kasia Smuntiak al quale l’attrice si dice particolarmente affezionata e che ha scelto per ricordare al Festival di Locarno il regista recentemente scomparso (proprio qui infatti Del Monte aveva esordito con il suo Fuori campo): “Questo film mi ha segnata come attrice. È stato molto importante per tutto ciò che ho fatto dopo. Perché su quel set ho capito cosa devo cercare nel mio lavoro, ovvero la libertà dello spazio, del movimento e quella del personaggio. Una ricerca difficile perché poi ti costringe ad essere totalmente responsabile di quello che fai. E questa libertà l’ho trovata, l’ho sperimentata grazie alla grande fiducia che si è creata tra me e il regista. Peter è stato importantissimo per la mia crescita. E quando recentemente, ad una manifestazione in suo ricordo, ho visto tanti miei colleghi partecipare sinceramente commossi, ho capito che non sono stata l’unica a ricevere così tanto da lui”.

VEDI ANCHE

LOCARNO 2021

Ad