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LOCARNO - Ha suscitato davvero molto interesse il documentario Brotherhood di Francesco Montagner in concorso al Festival di Locarno nella sezione Cineasti del presente. E colpisce soprattutto perché non sembra un documentario, perché il combinato disposto di tutti gli elementi del film sembra appartenere più alla fantasia che alla realtà.

Eppure è tutto vero. È la storia di tre fratelli che vivono in Bosnia, che fanno i pastori, che hanno un padre che è un militante integralista islamico nonché un volontario nella guerra che ha per anni insanguinato quella zona. È una storia che il regista ha ascoltato durante un servizio televisivo dove si raccontava come vivevano questi ragazzi, cresciuti ancora in un mondo antico, dominati da un padre-padrone, ma inevitabilmente lambiti dal futuro, dalla modernità, che arriva incontenibile quando il padre viene arrestato, quando rimasti senza alcun riferimento i tre giovani scoprono la vita. È una storia vera, ma soprattutto sono veri i ragazzi che ne sono i protagonisti, sono veri i loro sogni ma anche il modo diverso con il quale sembrano progettare il loro futuro proprio quando viene meno ogni certezza. “Non è stato facile trovarli - spiega Montagner -  però nel momento in cui sono riuscito ad incontrarli e a stabilire un contatto hanno accettato subito con entusiasmo di fare il film. Invece convincere il padre è stato un po’ più complesso, temeva che volessimo parlare di lui e inizialmente è stato molto diffidente. Si è reso disponibile solo quando ha capito che i protagonisti sarebbero stati i figli”.

Il progetto è durato in tutto sei anni, di cui quattro sono stati dedicati alle riprese. "Un tempo necessario per  entrare in sintonia con tutta la famiglia e abituarli alla mia presenza". Ed effettivamente la macchina da presa si muove con grande naturalezza nel mondo dei tre giovani pastori, diventando praticamente invisibile, ma seguendo passo passo i piccoli ma significativi cambiamenti di tre vite che si trasformano, che, grazie a quella solitudine improvvisa, hanno la possibilità di esprimersi: “Quello che volevo realizzare era una sorta di racconto di formazione. E spero di esserci riuscito. Volevo mostrare l’adolescenza di questi ragazzi cresciuti in una società arcaica, regolata ancora da leggi del passato, ragazzi figli di un mondo quasi scomparso ma fisicamente presenti nell’oggi, agganciati al futuro dalla tecnologia dei loro telefonini, ma che nonostante questo non avevano mai visto il mare e si aspettavano che fosse popolato di pinguini. Sono stato onesto con loro, mi sono sempre considerato un ospite e ho cercato di osservarli con un occhio il più possibile neutrale. Non volevo insegnare niente, né sostenere alcuna tesi: volevo raccontare delle persone e una storia, la loro storia”.

Man mano che la narrazione prosegue ci si rende conto di come i ragazzi siano molto diversi tra loro. Prendono strade differenti, ma la fratellanza (come da titolo del film) che li rende così uniti, così vicini, continua ad essere il sentimento prevalente, il legame che scandisce le loro vite. E nella sequenza finale, mentre uno dei ragazzi sta pregando con il padre, l’occhio dell’altro si perde nelle praterie dell’immaginario. “Sarà interessante tornare da loro, magari tra qualche anno, per capire come saranno cambiati, potrà succedere veramente di tutto, il futuro è davvero nelle loro mani”. Come afferma il regista, il film non ha una tesi, non sostiene una parte in campo, il dramma bellico e le contraddizioni post belliche sono sullo sfondo e non si chiede allo spettatore di schierarsi. È come se da una storia collocata in un tempo e in una situazione ben precisa si volessero trovare gli elementi per una universalità: “In fin dei conti questa contraddizione antico-moderno io, che vengo dalla campagna veneta, l’ho vissuta fino in fondo fin da bambino. La nostra zona era una delle più povere d’Italia, è diventata una delle più ricche. Le tradizioni e i modi di vivere sono saltati per sempre, e ci hanno consegnato un mondo diverso. In quei ragazzi ho trovato il me stesso di tanti anni fa, e credo che ci possano davvero insegnare molte cose”.

Il film è una co-produzione Repubblica Ceca-Italia (Nutprodukce e Nefertiti film con Rai Cinema) ed è distribuito da Deckert Distribution

 

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