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LOCARNO. Come da tradizione, la retrospettiva (sempre ben curata e scandita da molte copie in ottimo stato) è uno degli appuntamenti più ambiti del Festival Locarno. Intorno ad essa  si è radunato negli ultimi anni un gruppo di cinefili provenienti da vari paesi, che non si perde un film ed impreziosisce gli incontri e gli approfondimenti con notazioni, curiosità ed analisi che hanno come minimo comune denominatore una grande passione per il cinema.

Anche quest’anno la retrospettiva è curata da Roberto Turigliatto, ed è dedicata a uno dei grandi maestri dimenticati del nostro cinema, Alberto Lattuada. Nella sua lunga carriera, che scorre dagli anni Trenta fino agli anni Ottanta, il milanese Alberto Lattuada si è occupato di tante cose. È stato un regista di film di grande successo e anche di opere più decisamente sperimentali; ha utilizzato lo stile calligrafico ma ha saputo prontamente convertirsi alle nuove esigenze imposte dal dopoguerra e dal neorealismo; ha adattato per lo schermo grandi classici della letteratura ma ha anche saputo lavorare su soggetti originali; è stato un grande organizzate culturale perché è uno dei fondatori della gloriosa Cineteca Italiana di Milano; ha diretto commedie ma anche film drammatici, film a basso costo ma anche kolossal per la televisione. Insomma, non si è mai fermato di fronte a nessun ostacolo. È proprio queste suo essere eclettico l’elemento che traspare maggiormente dalla visione dei suoi film.

Se negli anni Trenta e Quaranta il suo stile è decisamente calligrafico e volutamente letterario, a guerra appena finita sforna uno dopo l’altro due capolavori che rielaborano il cinema del neorealismo, come Il bandito (in una Torino semidistrutta dalle bombe, con Amedeo Nazzari reduce e Anna Magnani bieca avventuriera) e Senza pietà (ambientato invece nel tombolo di Livorno e con sua moglie Carla Del Poggio – già ragazzina perfetta delle commedie d’anteguerra - In un ruolo di donna che può definitivamente perdersi). Ma subito dopo ritorna alla grande letteratura con Il mulino del Po, e dopo ancora guida l’esordio di Fellini dietro la macchina da presa dirigendo a quattro mani con lui Luci del varietà, amara commedia sul mondo apparentemente dorato dell’avanspettacolo. E siamo solo agli inizi degli anni Cinquanta. Poi cambierà ancora tante volte, fino a giungere alla colossale biografia televisiva di Cristoforo Colombo che è l’ultima opera importante da lui firmata.

La retrospettiva locarnese consente di comprendere meglio come Lattuada fosse sempre pronto a tuffarsi dentro nuove avventure, incurante degli insuccessi (che a volte ci sono stati) e anche poco propenso a cullarsi dei successi (decisamente più numerosi). In particolare, tutte le persone interpellate negli anni su Alberto Lattuada hanno sempre sottolineato due aspetti del suo modo di lavorare: un grande professionismo e un sincero tentativo di valorizzare qualunque attore lavorasse con lui. Proprio per questo assumono particolare valore alcuni ritrovamenti presentati per la prima volta proprio a Locarno, in particolare una lunga serie di provini che mostra come Lattuada fosse originale anche in questa attività che come sappiamo rappresenta il grado zero del rapporto tra attore e regista. E, come scriveva Tullio Kezich, ci fa capire perché volesse sempre ritoccare le sceneggiature (come avvenne ad esempio per Venga a prendere il caffè da noi, uno dei grandi successi che li ha coinvolti entrambi): le voleva al totale servizio dell’attore che era stato da lui scelto, in particolare per quell’occasione un Tognazzi assolutamente ai vertici della sua carriera.

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