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VENEZIA – Roma, 1943. Matilde (Aurora Giovinazzo), Fulvio (Claudio Santamaria), Cencio (Pietro Castellitto) e Mario (Giancarlo Martini), ovvero una fanciulla “elettrica”, un uomo lupo, il giovane incantatore d’insetti e il clown “magnetico”, sono quattro artisti circensi, “fenomeni da baraccone”, che sotto la paterna cura di Isdrael (Giorgio Tirabassi) creano il Circo Mezzapiotta, anima prima di Freaks Out, film in Concorso, scritto, diretto e co-prodotto da Gabriele Mainetti, con Andrea Occhipinti per Lucky Red e Rai Cinema.  

“Penso sia un film spartiacque nel nostro cinema”, il commento di Paolo Del Brocco per Rai Cinema. 

“Noi abbiamo resistito il più possibile all'idea di realizzare un film kolossal, pensando potesse essere un film successivo per Gabriele: il soggetto ci ha convinti subito, però, così siamo partiti a costruire una coproduzione internazionale, a cui Rai Cinema è salita immediatamente a bordo, con una lavorazione più lunga e travagliata delle previsioni, ma penso sia una produzione di dimensioni e qualità d’artigianato che raramente si fa in Italia”, dichiara Occhipinti.

Dalla suggestione incantata delle magie circensi, dopo un’onirica galleria di sequenze d’incanto visivo, dopo una pioggia di luci dorate, la guerra della Roma occupata squarcia il tendone e dal ventre fatato del circo si esce nella città, e si entra nel distopico studio di Franz (Franz Rogowski), sublime pianista dello Zirkus Berlin di sede nella Capitale, anche lui “fenomeno” a sei dita, ossessionato dal Führer e dall’esperienza “dell’etere”, per cui guarda il futuro. 

Un’immersione nella narrazione che permette a Mainetti di giocare subito con la regia, fluidissima, sapiente, capace di volare e far volare gli occhi e la mente di chi guarda. “Tod Browning è maestro di un film meraviglioso, Freaks, che non è stato accolto come doveva: Freaks Out, il titolo del mio film, significa ‘impazzire’, come succede al protagonista; inoltre, i nostri freaks sono catapultati fuori dal loro mondo del circo, dopo lo squarcio del tendone, quindi sono ‘out’. Io cerco di raccontare film con una polifonia di strati, per poi permettere di andar più a fondo a chi ha gli strumenti”, commenta Mainetti.  

“L'idea di uomini che agivano come mostri, ma dall'altra parte di mostri che agivano come uomini, ci ha fatto brillare gli occhi”, aggiunge Nicola Guaglianone, sceneggiatore. 

La guerra incombe e con sé la necessità della fuga: il paterno Isdrael propone di salpare per l’America, Fulvio rilancia per unirsi al circo tedesco, ma infine “la famiglia” del Mezzapiotta s’accorda per l’oltreoceano, quando il capocomico ebreo sparisce e così comincia l’avventura, tra rocamboleschi scontri, “passeggiate” in una Roma deserta e rastrellata, fino a che Matilde – salutati i tre compagni in direzione dello Zirkus – viene aggredita/salvata dai Diavoli Storti, partigiani freaks, che ci permettono di conoscere la vicenda della fanciulla dal talento “elettrico”, potere potentissimo di cui la stessa soffre per un maldestro uso passato che ne ha scritto il destino. La sequenza culmina con il trascinante canto corale di Bella Ciao

“Se Jeeg Robot è stato lo scavo preliminare, questo film è la diga di un cinema fantasmagorico, capace di trovare anche la commistione di generi propria della nostra Commedia. I personaggi devono diventare straordinari, ma diventano eroi aiutando gli altri. Con Gabriele costruiamo sempre un passato del personaggio, non raccontato, ma che esiste e si esplica nel comportamento del personaggio stesso: dietro al ‘mio pelo’ c'era bisogno di una sostanza affinché non ci fosse la mono dimensione di un Chewbecca di Guerre Stellari, mentre Fulvio era erede di una famiglia aristocratica. Con Gabriele si lavora a sostenere la maschera con un'anima stratificata”, spiega Claudio Santamaria

Intanto, allo Zirkus, Fulvio Cencio e Mario sono accolti come in un harem, non fosse che sia l’anticamera di un’imminenza indubbiamente meno vitale: Franz brama per il suo circo Matilde e il suo talento, esaltandosi patologicamente al suo arrivo per essere così riuscito a costituire il team dei “fantastici 4”, nella sua mente “la nostra unica salvezza”, afferma dinnanzi ai gerarchi nazisti, sostenendo che “i talenti” di questi “super uomini” come lui possano sottrarre il Reich dal funesto sgretolamento. Il delirio, la derisione, e Franz ordina di bruciarli! 

È in queste sequenze che Gabriele Mainetti torna a spingere l’acceleratore sul gioco della regia e sulla Storia del Cinema, in particolare nella scena del volo di Matilde e Cencio in direzione della luna, malioso omaggio a E.T., forse anche a Peter Pan. “Il film affronta lo spettacolo, e non scappa. Questo film è un qualcosa di mai visto, in cui nello spettacolo enorme e variopinto si costruisce la sceneggiatura, una delle più belle che io abbia mai letto. Così ogni personaggio ha un proprio panorama di idee in cui gli si costruisce la vita. Per me è stato un master di recitazione e di regia: vedere Mainetti che riusciva a mantenere intatta la sua visione è stato un esempio per sempre”, dice Pietro Castellitto

E, come tutto il film, dalla fiaba si rientra nell’epica e nella ferocia: in sella ad un cavallo bianco si cerca di fermare un treno destinato ad un campo di concentramento, si cerca Isdrael, e Matilde, nella più spettacolare delle circostanze, si battezza eroina determinando il “game over” finale.  

“Il femminile è molto importante: qui c'è un personaggio che si muove nella pagina oscura della Seconda Guerra Mondiale. Aurora affronta un percorso trasformativo, da ragazzina ad angelo tremendo, che nel finale ci illumina tutti. Matilde diventa un'adulta e, nella diversità, la donna in generale, se libera, riesce davvero ad illuminare”, prosegue ancora il regista. “Siamo riusciti a definire Matilde, persona con un passato tormentato, che condiziona il suo presente: è una ragazzina fragile, come una guerriera inconsapevole”, per la sua interprete, Aurora Giovinazzo

Il film di un Mainetti in stato di grazia, con un formidabile cast che con le proprie interpretazioni contribuisce a omaggiare il grande cinema - Tirabassi porta con sé echi del miglior Manfredi e Aurora Giovinazzo sembra far intravedere eredità che potrebbe aver ricevuto dalla Magnani – esce in sala dal 28 ottobre

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