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VENEZIA - Tessuti gonfi d’acqua nuotano flessuosi sotto il livello della stessa, accompagnati dalle note di una musica d’antan. 

Un bambino porta una bottiglietta d’acqua ad una donna, seduta sul ciglio della strada, lei la usa per bagnarsi la testa dal caldo: Elisa Fuksas si mette in scena, è lei la donna, cui il bambino chiede cosa faccia lì e lei risponde che “aspetto una cantante su cui sta facendo un film, si chiama Ornella. Vanoni”. 

“La cosa bella di questo film - Senza fine, presentato alle Giornate degli Autori - è che non nasce da una mia volontà, ma da un produttore, che mi ha chiesto di fare un film su Ornella Vanoni. Lei è un mito e quindi mi sono domandata quale fosse il giusto punto di vista: come fai a raccontare qualcosa che cambia sempre, e che forse è anche irraccontabile, in fondo? La prima volta, a casa sua a Milano, mi ha aperto in tuta, ma il mito e la diva sono ‘dentro’ di lei. Il nostro patto era che per raccontare la sua vita - raccontata mille volte e dappertutto – o scegliesse di mentire raccontando un’altra vita, oppure dovevamo trovare un modo per raccontare le cose passate in modo differente, con uno sguardo diverso, e allora il nostro ‘modo di raccontarla’ è stata la nostra relazione, lei si racconta a me, che mi frappongo tra lei e il mito, cercando la giusta distanza da cui riprenderla ma anche narrarla. Sicuramente io ho finto – davanti alla macchina da presa -, lei penso abbia finto meno che nella vita: quindi lo strano meccanismo di essere entrambe in scena ha funzionato”, spiega Fuksas del progetto.  

E Ornella Vanoni, nel film, la scopriamo dietro lo scorrere della portiera della macchina che l’accompagna: abito giallo sole, cappello di paglia. Fuksas l’accoglie e insieme vanno in un albergo Anni ‘40, una Health Clinic a Castrocaro Terme, mentre l’artista riflette che ha viaggiato così tanto che forse non le piace più, e così prende possesso della sua stanza, in compagnia di Ondina, la sua barboncina nera. Vanoni brama lì ci sia un fisioterapista che la possa massaggiare alla schiena, “ormai ridotta una poltiglia”. E poi si domanda, tono quasi melodrammatico, forse ironico: “ma io, perché ho deciso di far ‘sta roba qua? Io perché mi sottopongo sempre al martirio? Cosa ho fatto di male nella vita?”. Poi Vanoni, con Ondina, s’immergono e nuotano nelle acque della spa, così come gioca con un foulard che le copre in trasparenza il viso, accompagnate dalle note di un brano cantato dalla stessa, al ritornello di: “Eternità spalanca le tue braccia”. 

“Mi aveva invitata a passare una settimana con lei, così, curiosa di dove soggiornasse, ho cercato il luogo e mi sono resa conto fosse qualcosa di particolare, allora sono partita: mi è servito perché quello è un luogo della memoria, ma non della sua, che evoca una memoria quasi universale, non volevo fosse un posto che le appartenesse, perché le appartenenze spesso creano costrizioni”, continua la regista. Ancora, nel film guardiamo la silhoutte di Ornella Vanoni dietro il paravento di uno studio medico del centro benessere, e il medico le chiede: “mi racconti un pò di lei”. E così scopriamo che, quando è molto nervosa si fa un piatto di pasta “che nemmeno un camionista” per placarsi, ma per il resto “sono molto moderata, mangio poco”. E via così, il medico si fa “giornalista”: con le sue domande veniamo a sapere un pò della sua vita, delle sue abitudini, di quando era giovane, quando “non cercavo marito, questa era l’unica cosa che sapevo!”, tiene a precisare. 

Questo doc con e su Ornella Vanoni sceglie dunque un sito e le sue aree, le figure della stessa e i trattamenti, come set, innestando – di tanto in tanto – materiale d’archivio, come quello del Luce: infatti, procede con Vanoni stesa su un lettino a pancia ingiù, con una doccia d’acqua che piomba dall’alto e un’operatrice che la massaggia, mentre fuori campo Elisa Fuksas le pone delle domande, ma non rimane la sola, e così Vanoni entra e esce tra presente e ricordo, come quando racconta qual era la sua arma di seduzione, o meglio che il suo corpo seduceva gli uomini, così le donne la detestavano e gli uomini l’amavano, ma “adesso è il contrario”. 

Finché non viene portata e passa una serata all’Euro Club, un dancing in cui si lascia tirare in pista da Samuele Bersani, parentesi del doc per poi tornare all’Hotel, dove ancora l’aspetta Fuksas a bordo piscina, a cui racconta: “Ho 87 anni, ci sono arrivata, non ci pensavo neanche che esistesse questa età”. 

E infine il cerchio si chiude e scopriamo che i tessuti gonfi d’acqua che nuotano flessuosi sono le estensioni di un imponente abito che Ornella Vanoni indossa immersa in una piscina, fluttuando come un enorme e magnifico pesce, tra visione onirica e umano spazientimento della stessa per questa scena visionaria, eppur per lei decisamente impegnativa, che ci restituisce questa signora alla soglia dei 90 anni come una creatura mitica per lo slancio vitale e da fiaba. “Lei, Ornella, ha la capacità di far succedere sempre qualcosa: ogni volta che entra in scena fa cinema”, riflette Elisa Fuksas. 

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