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VENEZIA - Fabrizio De André, suo figlio Cristiano, erede della sua musica, e un concept album ancora attuale come Storia di un impiegato, uscito nel '73, ispirato al Maggio francese, scritto con Giuseppe Bentivoglio e Nicola Piovani. Che, riletto alla luce di quello che è accaduto dopo, dai fatti di Genova del 2001 al presente di migranti e respingimenti, continua a palpitare. "Resta che siamo qua e ne parliamo ancora, perché era avanti forse in quegli anni, attualissimo ancora, o forse atemporale come tutte le cose belle", dice Cristiano De André che con Dori Ghezzi porta fuori concorso alla Mostra di Venezia DeAndré#DeAndré - Storia di un impiegato, con la regia di Roberta Lena.

Il film, che dura un'ora e mezza, è un'immersione nel mondo di Faber, pieno di musica, ma anche di spezzoni di interviste, di aneddoti, di filmini di famiglia e con brani dell'omonimo spettacolo che Cristiano ha portato avanti in questi anni. Tutto è raccontato dal punto di vista del figlio, anche la fatica di raccogliere un'eredità tanto importante. Cristiano ci permette di entrare nella villa di Portobello di Gallura, la casa tanto amata.

"C'è tanta attualità ancora nella canzone del Maggio, si sente vento di dittature, di restrizioni della libertà. Mio padre aveva un sogno pacifista e mi fa felice quanto ai concerti sento cantare e commuoversi i ragazzi a queste parole", spiega De André che in Sala Darsena al termine della proiezione ufficiale regala un miniconcerto al pubblico. "Dialogare e capirci, Fabrizio non ha mai spesso di dire come la pensava in modo sincero e onesto ed era deluso di non essere capito", aggiunge Dori Ghezzi.

Il film, in sala come evento speciale con Nexo il 25, 26, 27 ottobre, apre l'album privato, mostrando la famiglia allargata in cui tutti andavano d'accordo, anche la prima moglie di Faber e Dori. "Ho aperto le porte di Portobello - racconta Cristiano - la casa dove sono cresciuto e che amo, dove ho visto passare da bambino i grandi della commedia italiana da Walter Chiari a Paolo Villaggio, da Marco Ferreri a Ugo Tognazzi, dove si trascorrevano giornate intere a fare dibattiti e io dietro la porta ad ascoltarli. Mi piaceva condividere finalmente questo con il pubblico. Mio padre era un idealista, passava il tempo a limare le parole, chiuso nel suo mondo e nel desiderio di comunicare concetti importanti pesando i termini, convinto di poter cambiare il mondo con una canzone, io ero un bambino e avrei voluto la sua attenzione di padre. Ho capito tanto tempo dopo i suoi aneliti che non lasciavano spazio ad altro e quando finalmente ho capito è stato un momento meraviglioso perché ci siamo ritrovati e detti tutto. Adesso per me - conclude Cristiano - la cosa più bella portando il suo nome e la sua musica è vedere i ragazzi che abbracciano le sue parole così preziose, vorrei dire a papà che nessun suo pensiero era sbagliato". 

Racconta la regista Roberta Lena: "Quando nel 2018 mi è stata affidata la regia teatrale dell’opera rock Storia di un impiegato mi sono resa conto della potenza contemporanea delle parole contenute nell’album. La storia è una metafora della società di allora, ma sembra un monito al rimanere umani, valido e necessario anche nella nostra epoca. Faber diceva: 'Voi non avete fermato il vento / gli avete fatto perdere tempo'. Nella parabola narrativa dell’impiegato, che ho spesso mescolato metaforicamente alla vita di Cristiano, sono compresi conflitti e risoluzioni del carattere umano e della nostra società. Cristiano De André è l’erede di questo patrimonio e in questo passaggio di testimone è insito quel rapporto padre/figlio in cui ognuno può specchiarsi".

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