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VENEZIA - Alla 78esima Mostra del Cinema di Venezia, c’è stato spazio anche per il piccolo schermo, in un’ibridazione produttiva e distributiva sempre più evidente. A differenza di altri prodotti, però, il film filippino On the job: the missing 8 di Erik Matti compete nel Concorso principale del festival, svettando sugli altri con tutti i suoi 208 minuti.

L’opera in certi momenti sembra citare prodotti televisivi di successo come, ad esempio, Narcos, per la sua volontà di fondere realtà e finzione. Il film si ispira a fatti realmente accaduti, raccontando della sparizione di 8 persone (7 giornalisti e il figlio 8enne di uno di questi), uccisi e fatti sparire per ordine del sindaco della città. Protagonista del film è un collega degli scomparsi, Sisoy, un personaggio estremamente interessante e carico di conflitto, in quanto viene presentato come amico intimo del sindaco, nonché voce pubblica e compiacente del suo regime. Alla sparizione dei suoi colleghi, l’uomo ritroverà l’integrità e la passione per la sua professione ribellandosi all’uomo che prima venerava.

On the job: the missing 8 sarà distribuito come un film tv o miniserie su HBO e, in effetti, l’impostazione seriale è quantomai evidente: l’incidente scatenante del film, ad esempio, arriva dopo 45 minuti, giusto in tempo per chiudere un ipotetico primo episodio. Questa caratteristica rivela la debolezza maggiore del film: una lunghezza spropositata che non è granché giustificata dalla componente narrativa. Infatti, il gigantesco corollario di personaggi secondari presenti sarebbe perfetto, in una serie, per offrire uno spaccato variegato della realtà sociale e politica filippina, ma in un film fa perdere unità e tensione al racconto. Alcune sequenze risultano, quindi, essere decisamente di troppo, allungando il brodo della narrazione con degli elementi riempitivi di cui si sarebbe fatto tranquillamente a meno.

Per il resto si tratta di un film dal forte carattere sociale e politico che riesce a fondere con efficacia generi diversi: il film d’azione, il thriller, il crime, l’investigativo. Un’opera colossale che vuole essere vistosamente un punto di riferimento per la cinematografia del paese di origine e che ha beneficiato dell’interesse di HBO per fare lo step produttivo definitivo, permettendogli di uscire dai confini nazionali. Il gap culturale, purtroppo, è ancora evidente, rendendo la visione non proprio agile per un pubblico occidentale, che deve fare i conti con una società molto particolare, caratterizzata ad esempio dalla fusione continua e straniante del filippino e dell’inglese, le due lingue ufficiali del paese. Di contro, il fattore esotico, il gusto della scoperta, nonché il continuo proliferare di stimoli narrativi, di certo aumentano il piacere della fruizione di On the job: the missing 8, che forse nella sua versione televisiva avrà la sua più efficace realizzazione.

“All’inizio avevamo pensato a un film per il grande schermo – dichiara il regista Erik Matti – ma poi è arrivata la pandemia e i cinema nelle Filippine sono ancora chiusi. Questo però ci ha aperto delle possibilità inattese. Siamo molto orgogliosi dell’interesse di HBO che ha confermato la qualità del lavoro che stavamo facendo. Andando in televisione, potremo raggiungere in un attimo tutto il continente asiatico e questo ci rende molto felici”.

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