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Nel mezzo della pandemia, un padre e un figlio cercano una nuova quotidianità, dopo aver lasciato la propria città. Da Napoli alla periferia romana, in preda a una solitudine che lascia tempo al giovane Diego, 18 anni, di esplorare un nuovo quartiere. L’esordiente Francesco Ferrante e Francesco Di Leva, nel ruolo del padre, sono i protagonisti di Un mondo in più di Luigi Pane, in programma ad Alice nella città. Non certo il primo film visto alla Festa del Cinema di Roma in cui le mascherine fanno parte del panorama.

“Volevo unire in un film i legami di sangue con quelli culturali - ci ha detto il regista - sono legami cruciali per la nostra vita, ma funzionano in maniera completamente differente. Quelli di sangue ci vengono dati e non li possiamo scegliere, invece quelli culturali li dobbiamo cogliere. È il percorso del giovane protagonista, Diego, catapultato dalla periferia di Napoli a quella di Roma, cercando un cambiamento che non arriva, perché alla fine siamo sempre ospiti. Cerca di recepire input culturali che trova nella nuova città, attraverso i murales o un certo cinema girato in passato in quelle zone. Diego si sente più a suo agio con i migranti che hanno occupato un palazzo di fronte al suo che non con i residenti. In fondo anche lui è un migrante. Ho cercato un quartiere con un’identità propria ancora forte, realtà in via d’estinzione nella periferia romana, e ho scoperto San Giorgio di Acilia. Una storia dai contorni attuali, ricca di umanità sincera, che spesso vive in difficoltà, ma trova nella forza del gruppo il suo motore principale.”

Un giovane all’esordio, Francesco Ferrante, che così racconta la sua esperienza. “Per me fare l’attore è un sogno fin da quando ero piccolo. È stato come entrare in un’altra dimensione, sono rimasto lontano da casa e dagli amici. Non sono mai rientrato neanche nei fine settimana, per proseguire un percorso in parallelo con Diego, il mio personaggio. Entrambi abbiamo scoperto una nuova realtà.”

Una periferia romana, popolata di ospiti, migranti in arrivo da pochi chilometri, o da un continente di distanza. A proposito di sradicamento, e di persone costrette a lasciare la propria città, Alice nella città ha presentato War is over di Stefano Obino, un documentario direttamente dal Kurdistan iracheno appena liberato dall’ISIS. Un mondo costituito da 40 campi profughi, 1,6 milioni di persone in stato di necessità, di cui la metà con meno di 18 anni. Un mondo in cui, nonostante tutto, si intravedono sempre di più momenti di bellezza e di normalità.

“Siamo arrivati proprio quando Mosul veniva liberata, con l’annuncio del War is over - ci ha raccontato Stefano Obino - Abbiamo avuto accesso ai campi dei rifugiati, che sembravano dei supermercati del dolore. Per pochi euro tutte le troupe mondiali andavano in cerca di una donna yazida violentata, o di un padre che aveva perso tutto nei bombardamenti. Ovviamente sono orrori che esistono, ma allo stesso tempo vedevamo come quei luoghi si stavano alimentando di energia, di una voglia di ripartire fatta di piccole situazioni quotidiane. Siamo arrivati lì da occidentali, pronti a patire con loro, poi ci siamo trovati spiazzati vedendo che erano molto più positivi di noi, nonostante abbiano vissuto delle tragedie immani”.

Proprio quella energia, quella resilienza, è al centro del documentario di Ozino. “Siamo andati in opposizione, a livello stilistico, rispetto allo storytelling tradizionale. Senza interviste o musica enfatica a supporto del dolore, ma con una sorta di realtà virtuale cinematografica. Cercando di far sentire momenti di normalità in una situazione totalmente anormale. Siamo entrati a Sinjar, capitale della comunità yazida completamente rasa al suolo, una città fatta ormai di grandi silenzi, per poi scoprire una piscina in mezzo alle rovine. Volevamo lavorare su questo tipo di contrasto spiazzante, che impedisse allo spettatore di adagiarsi sul normale racconto”.

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