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NAPOLI – Napoli, Anni ‘80. Fabietto Schisa - Filippo Scotti, ad interpretare quello che fu l’adolescente Paolo Sorrentino, nella sua natìa città -, come un prisma umano tra famiglia, sorte, sport che fa rima con la leggenda calcistica di Maradona, e cinema, ovvero il futuro. 

È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino è l’aria di Napoli, che Fabietto respira con i polmoni pieni, ribelli, lievi e fragili dell’adolescenza: un’aria carica di promesse, che non si rarefanno quando il dramma gli si sbatte in faccia e sull’anima, senza però travolgerlo in prima persona, anzi lo risparmia, chiedendogli così di venire a patti con lo stesso, con il senso del destino e con il tempo a venire, in perenne equilibrio – o bilico – tra senso della liberazione e senso della lacerazione: Fabietto, nato e cresciuto al Vomero, non è rimasto vittima dell’esalazione da monossido che gli ha fatto perdere mamma e papà perché, per la prima volta, a 16 anni, aveva conquistato il permesso di poter restare a casa da solo – e di non andare con loro nell’abitazione di villeggiatura – per poter essere allo stadio a vedere “la Mano de Dios”, ovvero Diego Armando Maradona, per Sorrentino un uomo che ha protetto la sua vita: “ho pensato che se avessi fatto un film sui miei problemi, forse sarei anche riuscito a dimenticarli, almeno in parte: l'aspetto interessante di fare un film autobiografico è che a quel punto quei problemi non sono più i miei, ma sono i problemi del film. Con Maradona, l’incontro a Madrid fu l'unica volta che l'ho conosciuto e gli ho parlato brevemente: un incontro fuggevole, non ci siamo detti niente che sia degno di nota”. 

Sorrentino e la sua personalissima espressione della Mano di Dio sono a Napoli, città in cui lo sceneggiatore e regista è presente oggi – 16 novembre – per l’anteprima partenopea, dopo essere tornato proprio per girare questo film, e in cui aveva girato il suo primo (L’uomo in più, 2001): un incontro con la stampa guardato dal Vesuvio e affacciato su Castel dell’Ovo, sicuramente a dar eco a un racconto di contrasto emotivo, di gioia e tragedia, di “sacro e profano”, intimo e pubblico: “Non so se sia una svolta, era un film nella mia mente da molti anni, che ho trovato il coraggio di fare perché era il momento giusto. Parlare sempre del film – in quest’ultimo periodo - ha fatto sì che stia diventano quotidiano il dolore, anche noioso, un bellissimo modo per affrontarlo: è un dolore che non racconto più a me stesso, cosa di grande aiuto; annoiarsi mi sembra una bella scorciatoia per non occuparsi più dei propri dolori. Avevo grande voglia di tornare a fare un film a Napoli, che la città fosse protagonista, e non tangente come ne L'uomo in più. Ho affrontato Napoli nei luoghi a me conosciuti: la mia casa, la scuola, e quelli che verso i 16/17 anni ho conosciuto e sono stati fondamentali sulla base di quello che m'è capitato, ho evitato un approccio programmatico. Sono molto emozionato di presentare il film a Napoli, è un po' come partecipare al mio matrimonio: qui, viene compreso in tutte le sue sfumature, cosa non facile da affrontare. Il film penso abbia una riconoscibilità immediata perché parla di sentimenti che appartengano a tutti: forse, all'estero faticano a credere che le figure della famiglia e umane siano reali; le reazioni sono positive nella misura in cui si ride e si piange: da Venezia (dove ha vinto il Leone d'Argento e il Premio "Marcello Mastroianni" per Filippo Scotti), il film fa la sua marcia lenta, si vive alla giornata e – rispetto all’Oscar - ho solo un po' più consapevolezza (della prima volta, per La grande bellezza, ndr), ho imparato a capire come funziona, cioè ci sono una notevole quantità di variabili che devono coincidere. Il percorso è lungo e complicato, e pieno di bei film”. Per ora, una cosa che ricorre, è che “alla fine delle proiezioni, spesso, devo ascoltare racconti di lutti simili al mio, ma fa parte del gioco”, racconta Paolo Sorrentino, per cui “Il film contiene un'idea di futuro: la mia speranza è di non abdicare mai ad un'idea di futuro, il film vuole dire che c'è sempre, anche quando per un adolescente può essere invisibile”. 

Sorrentino affida il suo personale “romanzo di formazione” appunto a Filippo Scotti: “Ho immediatamente cercato di dimenticare un po' la mia ammirazione per loro – Sorrentino e Servillo -, se no non avrei potuto lavorare. Con Paolo, abbiamo parlato tanto di verità, del tirar fuori la mia e poi quella del personaggio: era la cosa fondamentale, soprattutto nella scena con Antonio Capuano (Ciro Capano), per prendere consapevolezza del dolore e metterlo in scena; è stato questo il leitmotiv e forse per me la cosa più difficile. La famiglia, poi, è nata naturalmente: Marlon Joubert per me è davvero come fosse un fratello, ho capito immediatamente che s'era innescato il rapporto che c’è tra Fabietto e Marchino, così mi sono naturalmente sentito a casa”. 

E, a proposito di famiglia, Toni Servillo è Saverio Schisa, il padre di Fabietto, con Maria, la mamma, - interpretata da Teresa Saponangelo - l’essenza del nucleo famigliare più stretto di Fabietto/Sorrentino: “Il papà di questo film è un padre che nella vicenda reale ha un epilogo tragico ma ci siamo divertiti a raccontare certi papà che sentendosi inadeguati al ruolo finiscono per essere un po' simpatici nella loro cialtroneria, questo ha reso il personaggio molto simpatico; con una moglie così appassionata di scherzi, poi, era impossibile non rendere la coppia così divertente”, riflette Servillo, che continua specificando: “Io conosco e amo molto Capuano: quello con lui, è uno dei momenti più appassionanti del film, a questi stimoli della città Fabietto reagisce per il suo romanzo di formazione, e questo regista che gli chiede: ‘Hai qualcosa da raccontare?’ è uno di questi stimoli. La scena in cui poi Maradona persevera per alimentare il talento – guardato da Fabietto e Marchino sugli spalti, mentre il giocatore tira calci di rigore - racconta come un orfano, con la propria paura, scopra il talento, passando dalla metafora del calcio ad un cinema che stava nascendo, in cui Capuano ha innescato qualcosa di paterno e dove Sorrentino crea una connessione tra paternità (al plurale) che si alternano tra un mito e l'altro”. 

Infatti, “avendo perso il padre a 16 anni mi sarà sicuramente mancato il conflitto dell'adolescente e forse non a caso ho incontrato Capuano, con cui il conflitto sta alla base: lui metteva sempre con sapienza il dito nella piaga (per esempio durante la scrittura del primo film, ricorda il regista). Ho sempre cercato rapporti basati sulla critica, così è stato anche con Tony, questo m'è stato molto utile”, fa eco Paolo Sorrentino. 

Per Teresa Saponangelo, “Questa coppia bisognava fosse credibile, calda, comunicativa: i sentimenti di affezione che voleva esprimere Paolo. Il fatto di aver lavorato diretta da Servillo a teatro, e in passato anche con Capuano, mi rendeva tranquilla di far già parte di un ‘percorso famigliare’ fatto nel tempo. La madre era un ruolo importantissimo e ho cercato di trasmettere il mio modo di essere madre: nella sceneggiatura c'erano momenti molto precisi, come il fare a tuo figlio la spremuta d'arancia”. 

Precisione di scrittura riconosciuta anche da Luisa Ranieri, zia Patrizia nel film, sorella della mamma – nel gruppo d’attori insieme a Renato Carpentieri, Massimiliano Gallo, Enzo Decaro, Dora Romano, tra gli altri: “La nota stonata, lei. Rispetto alla famiglia sono il problema ma anche la donna fuori dagli schemi, in cui Fabietto riesce a ‘vedere oltre’. Lei è una donna senza pelle, non sta nelle corde della famiglia, anzi è l'elemento di disturbo, e nella sceneggiatura c'è tutta: avevo colto la sua diversità, concetto che vuol dire tante cose”. 

Riflessioni che portano Sorrentino a specificare come “Questo film aveva la necessità di questo stile, in cui uscisse la verità dei personaggi: gli attori dovevano avere la percezione della libertà, metodo che non adottavo prima di questo film, per cui qui mi sembrava che la cosa migliore fosse mettere loro a proprio agio, per permettergli di dare il meglio in termini di verità. L’unico riferimento al cinema, poi, è a quello di Troisi, questo film finisce come un suo film: lui è il mio unico nume tutelare; Fellini c'è, per un episodio, ma c'è sicuramente di più Le vie del Signore sono finite (1987)”. 

È stata la mano di Dio – prodotto da Lorenzo Mieli e Paolo Sorrentino, una produzione The Apartment, società del gruppo Fremantle - esce in 250 sale dal 24 novembre con Lucky Red – “un evento nell’evento”, commenta il co-produttore Mieli -, per poi essere disponibile su Netflix dal 15 dicembre. 

 

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