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TORINO – Bellucci per Ekberg. L’attrice umbra, diva come l’interprete svedese, baricentro di The Girl In The Fountain di Antongiulio Panizzi, Fuori Concorso al TFF, documentario tra realtà e finzione in cui l’una è “voce” del vissuto dell’altra, che La dolce vita di Fellini ha reso iconica nella scena dell’immersione nella Fontana di Trevi, al contempo celebrazione globale e condanna, per la cristallizzazione di un’immagine femminile da sogno, quanto distante dall’essere umano Anita, questione che la stessa ha sempre cercato di sostenere e contrastare nella sua esistenza (1931-2015). “Un ruolo – quello della Fontana - che ha recitato talmente bene che le è stato fatale”, afferma il regista.  

“Questo film è come fosse una masterclass: il processo creativo di un'attrice che deve interpretare un ruolo, il proprio opposto, io mediterranea, lei nordica; due attrici sì avvenenti ma in due modi diversi. D’accordo la trasformazione fisica, ma cosa scatta veramente? Una comunione con il personaggio: la chiave nel film volta in un momento piccolissimo, il sogno, l'ingresso nella villa in cui io incontro la bambina; un omaggio a Fellini il momento onirico, oltre l’essere vestita di bianco, come ricorreva nei suoi film. È stato un progetto fuori da tutto, un gioiello di umiltà e ringraziamento. È il ridar luce a questa donna e attrice, a cui la vita l’ha tolta, così s'è spenta l'artista”, spiega l’attrice, che sulla paura di affrontare un ruolo iconico ha aggiunto: “Si ha sempre paura, soprattutto quando tocchi un mito devi andare in punta di piedi: l'ho fatto con amore e questo credo crei magia. È stato fatto tutto con rispetto per la grande icona, per non trattarla come era successo nella vita”. 

Bellucci diventa Anita per il film, presta, infatti, il suo sinuoso corpo, si concede nell’indossare una cascata di capelli platino, così da cercare la fusione, da cercare di essere ambasciatrice di un sentire interiore comune, nell’alternarsi di immagini d’archivio (molta parte in bianco e nero, tra cui una sequenza in cui la Ekberg viene ricevuta alla corte d’Inghilterra, materiale dall’Archivio Luce) con la vera Anita, dal set alle interviste di repertorio, sapientemente montate per dare perenne continuità di concetti e di sentimenti, a partire da quello articolato di “mito”: “In un certo senso mi prova piacere, nell’altro senso preferisce che non sarebbe così”, risponde – sorriso accennato, malinconia, forse rabbia nello sguardo - l’attrice svedese ad un giornalista che le chiedeva cosa significasse esserlo. 

“Ci saremmo piaciute? Non lo so. Non l'ho mai incontrata di persona, ho incontrato solo la sua potente immagine. Quando vedo le fotografie non posso che amarla perché emana qualcosa di buono; il suo essere stata qualche volta fastidiosa è essere stata sincera come una bambina che si mette a nudo. L'epoca fa la grande differenza. Essere nata in periodo in cui il cinema, dopo una certa età, non permetteva una carriera, l'ha resa schiava di quel tempo. Noi donne, oggi, siamo viste in un altro modo, grazie anche a noi stesse, che ci rispettiamo e amiamo di più. Essere un'icona è pericolosissimo, rimani rinchiusa in un vetro: sei una donna che vive, non imbalsamata, intoccabile. Non ci si deve vergognare perché il tempo passa. Per le donne di quel periodo penso sia stata davvero dura: gli anni che passavano erano la morte, del simbolo femminile, ma non oggi. Io mi ritengo fortunata che il cinema mi abbia permesso di potermi esprimere come attrice, al di là delle possibilità date alle ‘attrici belle’, per uscire dall'idea che la bellezza sacrifica il potersi esprimere. Ho rischiato di rimanere imprigionata nell'idea (di bellezza), ma proprio il cinema mi ha permesso anche altro, e - anche per quanto riguarda la bellezza, legata ad un momento biologico della vita - il tempo è cambiato: posso continuare a lavorare non avendo più 25 o 30, neanche 40… neanche... 50 anni! In questo film di reale non c'è niente, è realismo della realtà: è un film talmente girato realmente, che sembra non recitato”. 

The Girl In The Fountain esce in 70 sale, l’1 e il 2 dicembre, distribuito da Eagle Pictures.

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