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MILANO – “Lo scrittore, quando giro, tendo a tenerlo relegato in una cantina, perché i due – quello che scrive e il regista - non interferiscano. Ma lo scrittore non si sente tradito: io tendo a scrivere la sceneggiatura, e poi il romanzo. Per Il suggeritore ho preso tantissime porte in faccia, poi l'ho tramutato in un romanzo: per me, dalle immagini nasce tutto, io scrivo per immagini”, così dice di sé, del suo triplice mestiere di scrittore, sceneggiatore e regista Donato Carrisi, ospite al Noir In Festival a Milano, a cavallo tra la fine delle riprese del suo ultimo film e l’uscita in libreria del suo romanzo più recente. 

Riflessione questa che si fa anche occasione per un ricordo: “Il mio vero maestro, Vincenzo Cerami, mi ammoniva quando confondevo scrittore e sceneggiatore: dovevano avere diverse identità e essere accomunati solo dalla ricerca delle metonimie, il mettere un indizio nella testa del pubblico e farlo esplodere molto tempo dopo”. 

Io sono l’abisso e La casa senza ricordi sono il film e il libro, con il Noir nell’animo delle storie. “Una lavorazione strana, un thriller strano, con una storia d'amore dentro: una tripla storia, dove i colpi di scena sono un meccanismo”, dice dell’opera per lo schermo. “Poi, sono un regista che porta gli attori allo stremo, richiedo uno sforzo fisico notevole, anche d’immergersi nell'acqua del lago d'autunno”, spiega Carrisi del suo terzo impegno dietro la macchina da presa, in cui il bacino d’acqua dolce cui si riferisce è quello del Lario, questione su cui riflette: “Sono stato il primo regista italiano a girare interamente sul Lago di Como: perché farci depredare così? Dovremmo impadronirci di questi luoghi”. 

Carrisi però, oltre a confermare l’uscita del film nei prossimi mesi, senza la certezza che possa essere entro la primavera, ma certamente distribuito da Vision, è fiero d’essere riuscito nell’intento di mantenere “Un segreto. E non lo canterò, anche perché gli attori sono irriconoscibili”, dice riferendosi al cast, assolutamente misterioso

Un gioco tra pagine di carta e grande schermo: Carrisi si muove fluido ormai da tempo tra questi universi, canali comunicanti, anche per la circolarità di alcuni personaggi, come Pietro Gerber, ipnotista fiorentino, che torna nelle pagine recentissime de La casa senza ricordi, in cui la casa è la mente, per questo suo ultimo sforzo letterario, non un sequel de La casa delle voci ma un libro gemello, in cui apre una caccia ai mostri cerebrali, protagonista Nico, un bambino ritrovato in un bosco, la Valle dell'Inferno; non parla, forse ricorda: è una corsa contro il tempo.

“M’interessava esplorare l'argomento dell' ipnosi associata alla mente dei bambini, loro è come se fossero ancora connessi al mondo oscuro da cui veniamo e in cui torneremo, si portano dietro qualcosa di mistico. Il personaggio di Gerber cambia dal primo libro: non mi affeziono ai personaggi, tendo a far crescere la storia; non vorrei mai cadere nella dinamica - d’amore e odio - Conan Doyle - Sherlock Holmes. In questo secondo libro ho voluto dare ulteriore spessore al personaggio, cosa che può essere pericolosa, se si fa dev’essere funzionale. E poi c'è Firenze: ho fatto un'operazione liberatoria sulla città, ho tolto i turisti, che io vedo quasi come topi; amo i viaggiatori, consapevoli, rispettosi, che non portano via niente e lasciano qualcosa di sé. Vedere Firenze senza turisti era come restituirla agli italiani. Gerber deve stare a Firenze perché è una città magica in senso letterale: un misticismo che volevo raccontare. Da parecchio avevo in mente di servirmi di Firenze e farla diventare un personaggio silenzioso”. 

E poi, riflettendo sull’essenza del Festival che lo ospita, Carrisi dice: “Il lettore di Noir è intransigente, oltre che esigente: pur trattando argomenti un po' estremi, devo passare molto tempo per approfondire, un mio romanzo nasce dopo due anni di approfondimento, un anno e mezzo è di ricerca, ritardando il più possibile l'appuntamento con la pagina bianca, a cui bisogna arrivare di slancio” e, continuando la riflessione sul Genere connessa alla diffusione globale delle sue opere, spiega: “Il Genere aiuta, anche se resta sempre po’ bistrattato, prima era ritenuto quasi di serie B: penso a Scerbanenco, un genio, la chiave di tutto, che non ha però avuto quel che avrebbe meritato. Il Genere è una strada immediata per parlare con tutti: poi la preparazione del romanzo, con fondamenta molto profonde, ti porta in giro per il mondo”. 

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