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Le macerie della Tour Eiffel giacciono su un deserto in cui il verde degli Champs de Mars è solo un lontano ricordo. Sullo sfondo una gigantesca Luna Rossa sovrasta l’orizzonte, mentre dietro delle colossali mura si nasconde quel che resta della città di Parigi. Fin dai primi fotogrammi, L’ultimo giorno sulla terra di Romain Quirot si presenta per quel che è: un film di fantascienza post-apocalittico atipico, che punta tutto sulla suggestione delle immagini e dell’ambientazione.

La voce di un bambino ci racconta cosa è accaduto in quella che è, come dice lo stesso regista, “una favola anticipatrice ed ecologica”. In un futuro prossimo, l’innalzamento della temperatura ha ridotto gli esseri umani a dei rifugiati climatici costretti a vivere in un mondo in cui non piove ormai da mille giorni. La fine è vicina, ma non sarà portata dal clima, quanto dal gigantesco pianeta rosso che è comparso improvvisamente nell’orbita terrestre. Infatti, dopo che per anni l’umanità ha fatto ciò che meglio le riesce, ovvero saccheggiarne tutte le risorse energetiche, la Luna Rossa ha iniziato ad avvicinarsi alla Terra, pronta a distruggerla in una sorta di astrale atto vendicativo.

L’unico astronauta capace di compiere la missione suicida che distruggerebbe definitivamente la minaccia planetaria è però scomparso da giorni, dopo che il fratello aveva fallito nel precedente tentativo. Il protagonista del film è proprio questo astronauta, Paul W.R. (Hugo Becker), che vaga per il gigantesco territorio desertico che è adesso la Francia, in un viaggio apparentemente senza meta. Al suo fianco una ragazzina incontrata per caso (Lya Oussadit-Lessert); alle sue spalle, le forze armate del governo che lo cercano disperatamente e il suo stesso fratello, Elliot (Paul Hamy), che, sopravvissuto all’incidente spaziale, e ora dotato di un inquietante potere psichico.

L’ultimo giorno sulla terra è un’opera molto più introspettiva di quanto possa sembrare. Lo stesso messaggio ecologista è secondario rispetto al punto di vista dei protagonisti, che affonda le radici in un passato doloroso, rievocato frequentemente da flashback in bianco e nero. In particolare ci si concentra sul rapporto tra i due fratelli, cresciuti assieme sotto l’egida di un padre severo e che ora si trovano nemici quasi senza volerlo, come due moderni Eteocle e Polinice.

“Mi sono davvero rituffato nelle mie sensazioni d'infanzia – rivela Romain Quirot - in particolare al nostro rapporto con la natura e a questa sorta di fascino, di connessione che abbiamo con la natura quando siamo bambini e che con l’età possiamo perdere. Volevo creare un forte legame tra Paul e la Luna Rossa, facendo riferimento proprio a questo, e questa Luna Rossa è a metà tra gentilezza e minaccia. Gli uomini si interrogano su di essa, e il film mette in discussione il nostro rapporto con la natura, e il modo in cui da bambini vediamo il mondo, e come da adulti dimentichiamo quella visione”.

Cruciale è anche il ruolo del padre, interpretato per l’occasione dal grande Jean Reno, volto iconico di uno dei più grandi registi francesi contemporanei, specializzato tra le altre cose in film di fantascienza. “Certe cose, certi colori di questa storia, ricordano Le Dernier Combat, - dichiara l’attore - che è il primo film che ho fatto con Luc Besson. Penso che Romain sia una persona molto sensibile e lo sono anch'io, per questo ci siamo studiati e abbiamo parlato molto tra di noi. Perché la cosa più importante era che io facessi il film che lui aveva in testa. Ora che lo abbiamo finito, sono molto felice e spero di aver fatto un buon lavoro”.

Appena 33enne, Romain Quairot debutta sul grande schermo dopo tanti spot per brand eccellenti. Tra questi c’è Audi, per cui ha realizzato il cortometraggio di successo da cui il film è tratto. Del suo lavoro pubblicitario ritroviamo un’estetica patinata e molto ben curata, capace di valorizzare tanto i volti degli attori quanto le ambientazioni. L’ultimo giorno sulla terra uscirà nelle sale italiane il 20 gennaio distribuito da Notorious Pictures. Poche settimane dopo “la fine del mondo” raccontata dall’ironico Adam McKay nel blockbuster Hollywoodiano Don’t Look Up, questo film assomiglia più al nostrano Mondocane (uscito pochi mesi fa): un esordio a basso budget che ci racconta un futuro post-apocalittico dai contorni fiabeschi, capace non tanto di guardare davanti a noi, ma dentro di noi, a ciò che siamo, a ciò che eravamo.

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