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Milano, notte. Un'ambulanza corre, suona Knockin' On Heavens' Door finché una barella non viene scaricata: le luci blu dei lampeggianti tagliano il buio e il neon di una corsia d'ospedale, avvolto nell'oro del telo termico d'emergenza c'e Monterossi, Carlo Monterossi, Fabrizio Bentivoglio, che - nel prologo della vicenda - apre la porta del suo appartamento in zona Sant'Agostino, dopo che s'è presentato un corriere al videocitofono non funzionante; Monterossi l'aspetta al sesto piano, bicchiere di whisky in mano, copertina di un disco di Bob Dylan alle spalle. 

Bentivoglio, anzi Monterossi, è amabilmente scocciato, intrinsecamente affascinante, cordialmente disincantato, ritrosamente romantico, pervaso d'ironia, colto e leggero: sfumature queste che l'attore mette nel viso, nella mimica, nella voce, nell'intenzione del personaggio, rendendolo accattivante e seducente. “C’erano diverse cose per me riconoscibili in Monterossi: Milano, l’appartenere ad una certa generazione, essere dell’Inter, più di una cosa mi affratella a Monterossi. Forse anch’io sono un po’ così. C’è una definizione di Robecchi su Monterossi, “un vincente involontario innamorato dei perdenti”: io mi ci riconosco molto. Non è qualcosa di spiegabile l’innamoramento per i perdenti, sembra apparentemente una contraddizione detto da un vincente involontario come Monterossi; ti innamori di quello che non sei, che vorresti sperimentare ma che non riesci ad avere. Monterossi ha un’empatia verso le persone meno fortunate”, afferma l’attore protagonista. E poi, “Bob Dylan è per Monterossi una specie di zio, di fratello maggiore, un amico di vinile, qualcuno con cui lui si confronta, chiacchiera: lo conosce così bene per cui, per ogni situazione che si trova ad affrontare, esiste la canzone-colonna sonora. La passione per Dylan è uno degli elementi che assimila me e lui: ho anch’io i miei vinili, ho anch’io passato qualche notte in bianco per cercare di capire cosa volesse dire davvero con i suoi testi”. 

"Sei una testa di cazzo" è la prima battuta parlata della serie, pronunciata dall'agente di Carlo Monterossi - Katia, Maria Paiato - a lui, che sta rinunciando a continuare a scrivere Crazy Loveun format televisivo da 36% di share, per l'autore tv "pornografia dei sentimenti", anche se "era... la mia merda, ed era anche un giochino ironico", ammette il personaggio.

Il passaggio dal romanzo alla sceneggiatura “è stato sorprendente, il prendere forma del racconto. La cosa più entusiasmante è stata la somma delle intelligenze; di base, scrivere è una cosa intima, che fai da solo, ma il lavoro collettivo che si mette in campo è entusiasmante. E Roan Johnson – co-sceneggiatore, con Davide Lantieri, e regista della serie - è riuscito sempre a sorprendermi nella messa in scena, così come le facce dei personaggi. I compromessi? Il cinema è un altro linguaggio: nel ‘tradurre’ l’importante è che si lasci una fedeltà a quello che si voleva dire in partenza e in questo caso la convergenza è stata perfetta”, commenta Alessandro Robecchi, autore dei libri d’ispirazione e co-sceneggiatore. Le puntate della serie sono espressione dei romanzi Questa non è una canzone d'amore e Di rabbia e di vento, ciascuno architettato in tre parti per la forma seriale. 

“Dopo aver letto i romanzi, con Lantieri ci siamo detti: ‘Minchia che figata!”, afferma il regista. “Tu, quando adatti, puoi tradire delle cose ma mai il cuore, e la scrittura di Robecchi è molto cinematografica. Il nostro lavoro è stato prima di tutto sul nostro ego, per non ‘aggiungere’ minando dei meccanismi; per esempio, del personaggio di Lucia abbiamo inventato il nome, perché nei romanzi è solo ‘Lei’. Ci sono due grandi protagonisti, Milano e Monterossi, e si scontrano, c’è amore e odio: Monterossi è innamorato di Milano, ma non la riconosce più, la mondanità lo sta assediando, così la scelta della casa è stata fondamentale, una casa personalizzata, con un gusto Anni ’70 ma la cui panoramica mostra la Milano di ora, che lo sta assediando. Lui è nel posto sbagliato. Lui, sì, indaga su Milano e sul crimine ma, in realtà, su se stesso, su un mondo di cui non capisce più ‘il testo’. Il finale è tipico dei valori con cui Monterossi è cresciuto, della sua lotta interna/esterna: affondando nella modernità, riesce a fare un po’ di giustizia”. 

In una rosa d'interpreti specchio di un casting praticamente perfetto, anche Diego Ribon, Tarcisio Ghezzi, sovraintende della Questura di Milano; Tommaso Ragno, Carella, collega del primo; Carla Signoris, Flora, padrona di casa di un contenitore generalista del piccolo schermo, cannibale dei sentimenti; Martina Sammarco, Nadia, collaboratrice/assistente di Carlo; Donatella Finocchiaro, Lucia, giornalista di guerra e amore irrisolto del Monterossi; Maurizio Lombardi, distinto soggetto "capace di uccidere"; oltre all'altra "lei", Milano, quella delle vetrate aeree dei grattacieli da cui si guardano altri grattacieli, celebri - dal Bosco Verticale a quello di UniCredit dal pinnacolo svettante -, avvolti da una nebbia climatica che gioca da metafora, complice anche una fotografia (Federico Annicchiarico) diffusamente desaturata e delle cromie essenziali.  

Milano “è la mia città, ho studiato lì, la Scuola del ‘Piccolo’: la Milano che ricordo io è molto diversa dall’attuale, dove adesso ci sono i grattacieli c’era un luna park, in piazza Gae Aulenti ricordo il tiro a segno. Però, nonostante il passare degli anni, resta il luogo della mia memoria: fontanelle, piazzette, mi emozionano come portatrici sane di ricordi”, dice ancora Bentivoglio. 

“Il processo del casting è stato molto lungo, è un affresco questo cast. Con Tommaso Ragno ci avevo già lavorato, era uno dei pochi su cui c’era già un mirino: per Carella ci sembrava perfetto e in più sapevo delle sue origini pugliesi, mi piace molto quando si riesce a fare un ventaglio di dialetti, oltre alla sua potenza. Un casting difficile ma con soddisfazioni e grandi scoperte: il personaggio di Flora (Carla Signoris) era tra i più delicati, dovevamo essere molto attenti a non fare la parodia della parodia, e l’idea è stata proprio quella di non caricare… che fosse invece manipolatrice con sottigliezza ed eleganza, tanto che è una delle poche a riuscire a fregare Monterossi”, continua Roan Johnson. 

“Io conoscevo i libri di Alessandro Robecchi, bene perché li ho letti sin dall’inizio: il mio è un personaggio che rappresenta tutto il cinismo della tv, che io adoro rappresentare perché è l’esatto opposto di quello che sono io!”, dice la Signoris. “Ho imparato a memoria le battute perché sono l’indicazione del personaggio, l’essere accogliente, falsamente mielosa davanti alla telecamera ma una iena in redazione: del caso delicato interessa se la protagonista ‘è fotogetica’; conta il cinismo dell’ascolto, se una cosa è sufficientemente truculenta, per l’odiens”. 

Monterossi – La Serie, Originale Prime Video prodotta da Palomar, sulla piattaforma dal 17 gennaio

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