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Siamo sul finire degli anni ’70, a Milano, quando la tragedia umana di Pierluigi Torregiani si compie, con l’attentato che gli toglie la vita e che lascia in sedie a rotelle il figlio adottivo Alberto. Più di quarant’anni dopo, la verità raccontata proprio da Alberto nel libro Ero in guerra ma non lo sapevo diventa un film che scava nelle contraddizioni politiche di quell’epoca che chiamiamo “anni di piombo” e che sarà distribuito nelle sale italiane da 01 Distribution in un evento speciale dal 24 al 26 gennaio.

Ero in guerra ma non lo sapevo, prodotto da Eliseo Production e da Rai Cinema, è diretto da Fabio Resinaro e vede come protagonisti Francesco Montanari e Laura Chiatti, nei panni dei coniugi Torregiani, due semplici borghesi della Milano bene che dovettero affrontare in pochi mesi un incubo dietro l’altro: la sparatoria a seguito di una rapina in cui muore uno dei banditi, le accuse scellerate della stampa italiana, le minacce di morte dei terroristi guidati da Cesare Battisti, la scorta e infine il terribile attentato mortale.

“Avrei voluto fare questo film sei anni fa, - racconta il produttore Luca Barbareschi - ma non trovavo nessuno sceneggiatore che volesse farla, perché rispondevano sempre: tra un terrorista e un borghese di merda starò sempre dalla parte del terrorista. Questo mi feriva molto, perché penso che sia molto importante raccontare la verità. Non ho mai potuto sopportare che la stampa linciasse una vittima, perché si pensava che fosse più importante la battaglia politica della vita di un borghese. È questo è inaccettabile Per questo ringrazio molto Paolo Del Brocco che negli anni mi ha permesso di produrre tante bellissime storie”.

Il film si configura dunque come un grido contro quella stampa che in quegli anni aizzò colpevolmente l’odio dei terroristi nei confronti di Torregiani, diventato improvvisamente il simbolo di una borghesia capitalista che odia e “uccide” letteralmente i proletari. “Non mi importava che avesse ragione o torto, - spiega Fabio Resinaro - ma andare ad esplorare quanto può essere difficile per una persona normale, che non vive legato alle narrazioni di sistema, diventare meccanismo di quell’ingranaggio. Queste narrazioni sono usate dai media come simbolo per sostenere una tesi, ma dietro ci sono persone, ed era questo il punto di vista che volevo esplorare”.

L’obbiettivo è quello di raccontare con realismo una vittima, non un eroe. Una persona comune, figlia del suo tempo e con tutti i suoi difetti caratteriali: “Raccontiamo un uomo molto pragmatico, - dichiara Francesco Montanari - è un artigiano, uno che ripara orologi. Non accetta che la sua vita debba cambiare per l’imposizione di qualcun altro e fa di tutto per oliare al meglio questo meccanismo e farlo tornare a funzionare, proprio come farebbe con un orologio. Un uomo sicuro di sé, e questa sicurezza ostentata può sembrare arroganza, ma lui è il punto di riferimento di tante persone nel quartiere. E questo è l’unico modo con cui puoi dimostrare di avere tutto sotto controllo”.

Una rappresentazione che ha soddisfatto lo stesso Alberto Torregiani, che nell’interpretazione dell’attore ha rivisto molto del padre adottivo: “L’interpretazione di Francesco è di una sensibilità enorme. Non volevo che Pierluigi venisse raccontato come il perbenista, una vittima sacrificale, mio padre era più o meno quello che è stato descritto. Persona forte e carattere austero, caparbio, capace di andare contro le difficoltà. Per lui creare una famiglia allargata gli ha dato quell’impulso a trovare un futuro più adeguato a tutti noi”.

È lo stesso Alberto a dire che Ero in guerra ma non lo sapevochiude un capitolo”, riportando in superficie una storia che rischiava di andare dimenticata e facendolo, soprattutto, dal giusto punto di vista, quello che non dimentica gli errori, le violenze e le atrocità compiute non solo dai terroristi, ma da un gruppo di intellettuali, di certo non armati ma probabilmente altrettanto scellerati.

 

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