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SPELLO - Piero Tosi, uno dei primi costumisti a considerare il costume come una parte estesa del personaggio, candidato cinque volte al Premio Oscar (Il gattopardo, Morte a Venzia, Ludwig, Il vizietto, La traviata) e insignito del Premio Onorario nel 2014, è stato non solo un creatore di "anime" fatte di preziosi tessuti, ma il suo titolo di Maestro lo si può declinare, oltre che al suo mestiere assurto a cime prestigiosissime, anche alla sua docenza presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, la cui collaborazione è stata fondamentale per l’allestimento dell’omaggio che il Festival del Cinema Città di Spello e dei Borghi Umbri 2022 ha scelto di riservargli, con una doppia mostra, di fotografie e di esposizione di quattro abiti.  

Facendo ingresso nel Municipio di Spello, per l’occasione “Palazzo del Cinema”, salendo al primo piano si fa capolino nella Sala Petrucci: le due pareti laterali della grande stanza sono un trionfo fotografico di immagini di cinema, in cui il costume sembra quasi “uscire” dalle fotografie stesse, tanto è il protagonismo degli abiti indossati dagli interpreti ritratti. 

16 fotografie della grandezza di 1mtx1mt, scelta fisica che certamente impatta e valorizza, di cui 11 in bianco e nero: non volendone dimenticare nessuna, incontriamo Isabelle Huppert ne La storia vera della Signora delle camelie (1981) di Mauro Bolognini; Claudia Cardinale in una pausa di lavorazione di Libera, amore mio (1975) dello stesso regista, anche autore di Marisa la civetta (1957), di cui s’ammira una fotografia di Marisa Allasio; Annie Girardot ne I compagni (1963) di Monicelli; Sophia Loren in Mara (ep. Ieri oggi e domani, 1963) di Vittorio De Sica; Delon e Cardinale sul set de Il gattopardo (1963); di nuovo la stessa attrice, questa volta con Belmondo ne La viacca (1961); Elsa Martinelli in una pausa di lavorazione di Un amore a Roma (1960) di Dino Risi; Spiros Foca, e ancora la Cardinale, in Rocco e i suoi fratelli (1960); poi, De Filippo, Montero, Salvatori e Carla Gravina in Policarpo ufficiale di scrittura (1958) di Soldati; Antonio Cifariello e Sylva Koscina sul set di Giovani Mariti (1958), sempre di Bolognini; ritorna lo stesso attore maschile, questa volta con Susanna Cramer in Vacanze a Ischia (1957) di Camerini; e torna anche la Martinelli in La mina (1957) di Bennati. 

Un titolo non meno dell’altro, tra questi in mostra, ha scritto la Storia del cinema, ma sono forse tre le immagini esposte che per originalità di contesto, espressività attoriale, particolarità d’atmosfera e, certamente, essenzialità o tripudio di costume sono particolarmente accattivanti e celebrative dell’arte del Maestro Tosi, ovvero quella della piccola Tina Apicella con Anna Magnani in Bellissima (1951), nella tenera – e in fondo “feroce” – immagine in cui la mamma s’adopera a pettinare la piccola: la foto è di Paul Ronald; poi, quella tra incubo e sogno di Annie Girardot ne La donna scimmia (1964) di Ferreri, che porta in una dimensione tra sfuggente impalpabile e fascinoso mistero; infine, lo scatto giocato tra essere umano e essere illustrato in A cavallo della tigre (1981) con Nino Manfredi, compagno di scena di un disegno che gli vive alle spalle, diretto da Luigi Comencini. 

Si sale poi al piano superiore del Palazzo comunale e un corridoio percorso da due lunghe e “esplose” sequenze di fotogrammi accompagna dentro una stanza a tre spazi, dedicata a quattro costumi, frutto della ricerca e del lavoro di Tosi durante gli anni di insegnamento al Centro Sperimentale, nati dall’esigenza di spiegare agli allievi del Corso di Costume come scegliere un volto, una fisicità, nelle fasi di ricostruzione di una data epoca, così che sia poi più semplice individuare un tessuto, un colore, un modello. 

Nel secondo spazio della stanze dei costumi, un trittico: da un lato, l’abito del 1830, con corpino e gonna in taffetà color grigio piombo, che segna il punto vita con una cintura dello stesso tessuto, una collaretta a pierrotta in battista di cotone bianca e una doglietta in taffetà come soprabito.Dall’altro lato, l’abito del 1840, dalla linea essenziale da inizio Romanticismo, composto da corpino e gonna assemblati insieme, con finta biancheria che si affaccia dalle maniche a piccola pagoda; a sostenere la gonna in doppia balza di saari mauve, una sottogonna con balze in cotone. 

Certamente per il luccicare cromatico evocativo dell’oro, spicca al centro il costume del 1894, in raso di seta giallo sole, con maniche “a jambon” in faille di seta nero, il carrè di pizzo a contrasto nero su giallo e la gonna che si allarga a campana all’orlo, sostenuta dal solo cuscinetto e dalla sottogonna. 

Infine la “nicchia” di chiusura dello spazio espositivo per un solo modello, l’abito del 1890, caratterizzato dalla linea stilistica del periodo umbertino: asciutto e aderente, con corpino che evidenzia la verticalità della silhouette del momento e della gonna, sostenuta da un “sellino”, una gabbietta che permette alla stessa di mantenere il giusto volume sulla parte posteriore. 

Le due esposizioni dedicate a Piero Tosi, a ingresso libero, sono visitabili fino al 20 marzo

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