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CANNES –  Come un romanzo, Marcel! - opera prima lunga di finzione diretta da Jasmine Trinca, naturale seguito del suo corto BMM – Being My Mother - prende vita cadenzata in dieci capitoli - scritti, come la sceneggiatura tutta, dalla stessa autrice con Francesca Manieri.

Il titolo è stato scelto affinché “accentuasse, risuonasse come un grido per qualcosa che non si vuol lasciar andare”, spiega la regista.  

Una bambina insonne (Maayane Conti). Una madre artista (Alba Rohrwacher), che legge la divinazione, a sua detta, perché “la realtà profonda s’interroga”, sostiene. Poi c’è Marcel, un cagnolino, compagno di vita e di spettacolo della seconda. Nel caldo estivo (del quartiere romano di Garbatella, dove il film è girato) risuona costante il frinire delle cicale e quello della tromba, che la bambina suona, così come il pianoforte: lei è persuasa da un incantato sentimento d’amore per la mamma, ma… la mamma è persuasa da un incantato sentimento d’amore per Marcel. Finché un punto di rottura – una presa di posizione drammatica ma altrettanto una ricerca di sopravvivenza – può trasformarsi in un punto di contatto, forse. 

La mamma dà la priorità al cibo di Marcel affinché non stia male di stomaco, la mamma lava i denti a Marcel, la mamma vive con Marcel, mentre la bambina vive con la nonna, di rimpetto: la piccola mantiene un silenzio costante, e li osserva – il cagnolino e la mamma - e patisce. 

“Questa madre la trovo una super eroina: battaglia con la vita, crede nell'arte nonostante tutto. La bambina, con una faccia d'angelo, ha in sé una parte crudele forte, così come la madre, che possiede però una differente parte curativa”, prosegue Jasmine Trinca, che a vent’anni dall’esordio come attrice ne La stanza del figlio, proprio qui a Cannes, racconta come “da un po' di tempo mi sarebbe piaciuto ribaltare lo sguardo: già con il cortometraggio – passato a Venezia, sezione Orizzonti - abbiamo provato a dare forma a gioie e dolori, e il lungometraggio è il prosieguo del film breve. Con Francesca, l’abbiamo scritto pensando che Alba fosse la protagonista: non ho mai pensato di interpretarlo, la regia richiede molto impegno. Voleva essere una commedia, questo film, ma c'è anche qualcosa di nero. Non ho guardato a qualcosa di qualcun altro, come riferimento: mi ha molto influenzata Chaplin e il mondo minuscolo rappresentato era anche la mia intimità che voleva allargarsi e non rimanere su se stessa. E poi, la parte dei bambini è ispirata ai Peanuts”. 

Alba Rohrwacher spiega che aveva “iniziato a entrare nell'immaginario di Jasmine col cortometraggio: tre giorni felici di un'estate romana. Poi, ho letto la sceneggiatura del film, un piccolo capolavoro di semplicità e potenza. Continuare a essere quella madre l’ho sentito anche come grandissima responsabilità, quella di custodire qualcosa di molto prezioso: avevo un po’ paura, per essere davvero all'altezza di quella mamma che lei s'era immaginata. È stato come suggellare un patto, era una richiesta intima: credo che questo abbia reso la lavorazione qualcosa che rimarrà per sempre”. Quella del film è “una madre fuori dagli schemi, capace di crudeltà e accoglienza. Un'artista sposata con l'arte che trasmette alla figlia che all'arte si deve la vita. Un personaggio in cui ho trovato libertà, che mi ha permesso di scoprire territori sconosciuti, qualcosa d’inconsueto per me”.  

Maayane (11 anni), spontanea quanto sensibilissima, della mamma sulla scena racconta: “Quando ho conosciuto Alba per la prima volta ho scoperto essere gentilissima. Nel suo personaggio è come se lei avesse un enorme spazio per il cane all'esterno, ma interno al cuore avesse uno spazio per la bambina. Di Jasmine non ricordo la prima volta, ma quando avevo 7 anni, ed era venuta a trovarmi, ho pensato che fosse una persona che avesse perso qualcosa...”. 

“Mia mamma era libera, molto più di me, un'avanguardista. Non oblativa, non devota solo alla figliolanza, ma che mi ha trasmesso cosa dovesse essere ‘il femminile’. Il film è anche il tentativo di far pace e ringraziarla. I personaggi sono tutti dei simboli, ma ‘il materno’ non è quello paradigmatico della società in cui viviamo: col cinema possiamo scrivere immagini diverse e la nostra era una madre sghemba ma capace di grandi messaggi e d’amore, al di là dell' autobiografico”, aggiunge ancora Trinca, che del passaggio di ruolo da interprete a regista dice: “è stato infinitamente creativo, totalizzante. Guardavo gli attori (del film) come se non fossi una di loro: la potenza e la fragilità di queste creature mi ha molto commossa, e da attrice adesso non smetto di pensarlo. Non è un film la cui immagine è solo estetica ma di cuore”.   

Con Giovanna Ralli nel ruolo della nonna - profilo materno e simbolico - anche Valentina Cervi, la cugina, che del personaggio della Rohrwacher sostiene “pensa di essere la reincarnazione di Pina Bausch e di Marcel Marceau in una sola persona”, oltre a Umberto Orsini e alla partecipazione di Valeria Golino, che “è iscritta in un momento tra i miei preferiti, lo psicodramma: fa l'analista e con Alba mettono in scena perdita e dolore”, dice Trinca. Quella della Ralli è una nonna gioiosa, che vive nel ricordo del magnifico figlio (il padre della nipotina), un artista, un pittore, di cui parla costantemente ed esclusivamente, come stando nel presente fisicamente, nel ricordo passato mentalmente: “Erano 8 anni che avevo detto ‘no’ al cinema. Poi mi chiama Jasmine: lessi la sceneggiatura, mi piacque moltissimo. La mia è una partecipazione, un piccolo ruolo ma significativo. Jasmine Trinca ha una grinta delicata, un’umanità straordinaria, ed è capace di mettere la macchina da presa”, dice la signora Ralli, alla sua prima Montée des marches in carriera. 

C’è una ricerca visiva molto sofisticata, poetica e curatissima, rara in questo film a Cannes nella sezione Séances spéciales: la direzione della fotografia è curata da Daria D’Antonio, a cui Trinca ricorda che si deve il suggerimento di girare in 4:3. “Con Jasmine, abbiamo guardato delle foto e il film a me ricorda molto anche Jacques Tati: però, non c'è stato un pensiero scientifico, e se sono emersi dei riferimenti erano cose introiettate, sempre sospese tra realtà e sogno”, commenta la dop. Marcel! è un film che ha le sfumature dell’atmosfera circense, i suoi colori, la sua surrealtà, lo spettacolo di strada, l’eco di una filiforme Saraghina felliniana nel personale della mamma: un film che omaggia anche la lanterna magica e il teatro, ma con una scrittura registica un po’ scolastica: laddove osa e centra con l’estetica, Trinca non spinge con la fluidità della visione, s’affida a piccoli quadri che mette in fila, mentre il tono - anche fiabesco - del racconto avrebbe permesso qualche “licenza poetica” con lo stile o ricerca ulteriore nella direzione della scena.

Il film – prodotto da Cinemaundici, Totem Atelier e Rai Cinema - esce al cinema dal 1 giugno distribuito da Vision Distribution. 

Jasmine Trinca – a Cannes 2022 anche come giurata del Concorso – chiosa definendo l’esperienza in corso come: “bellissima. L'incontro con persone verso cui nutro stima. È uno scambio molto democratico, oltre a permettere di vedere il meglio del cinema mondiale. Lo faccio con molta devozione”. 

 

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