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CANNES - La paura ha la forma di ciò che non riusciamo a vedere, come un orso nascosto nel cuore della foresta. Ha la forma di ciò che non possiamo controllare, come una malattia che si intrufola silente tra le ossa e i tessuti molli. Ha la forma di ciò che non possiamo capire, come uno straniero che prova a integrarsi nella nostra società. La paura è quella che leggiamo negli occhi del piccolo Rudi, quando vede qualcosa di terrificante tra gli alberi, nel prologo del nuovo film del regista rumeno Cristian Mungiu, R.M.N..

Il regista vincitore della Palma d’oro nel 2007 per 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, torna in Concorso al Festival di Cannes con un film che ci porta in un piccolo paese multietnico della Transilvania, tra foreste innevate, animali selvatici e pregiudizi. “La Transilvania non è necessariamente la terra dei vampiri. – racconta Cristian Mungiu - Spero che il pubblico capisca che non è una storia sulla Romania o sui suoi problemi. Racconto molto di più di un semplice paese. Volevo mandare un messaggio e le cose devono accadere da qualche parte e, in questo film, accadono in Transilvania. Che ho scelto perché ha un significato: lì le persone vengono da luoghi diversi, nei paesi ci sono dalle 3 alle 6 chiese che appartengono a differenti culti. Volevo trovare un villaggio che non contraddicesse quello che volevamo dire. Ci piaceva che in quest'aera ci fossero tutte queste varie etnicità, perché spero che il film racconti cosa vuol dire vivere con gli altri. Inoltre cercavo un posto che fosse circondato dalla foresta, luoghi che nascondono le nostre paure più profonde. Guardi tra gli alberi e senti che qualcosa sta aspettano nell’oscurità”.

Protagonista è Matthias, un uomo dall’indole violenta che dopo avere perso il suo lavoro in Germania, torna nel suo paese d’origine a pochi giorni dal Natale. Qui proverà a imporre la sua educazione al figlio Rudi, allevato dalla moglie (con cui non è più in buoni rapporti), dovrà affrontare la malattia del padre e, soprattutto, proverà a riprendere i contatti con una ex-amante, Csilla. Quest’ultima, nel frattempo, assumerà nella fabbrica dove lavora un piccolo gruppo di immigrati, una scelta che porterà la comunità, spaventata dalla presenza di persone sconosciute, a rivoltarsi contro di loro.

Mungiu piazza le sue pedine pian piano all’interno del film, costruendo una tensione drammatica che attacca ai fianchi lo spettatore, con stimoli diversi e scene dall'impronta minimale. Per arrivare, sul finale, a fare esplodere tutto in sequenze sempre più intense e criptiche. D’altronde R.M.N.non è un telegramma, è cinema” ed è lo spettatore a dovere dare la sua interpretazione.

Fedele al suo stile, il regista usa i mezzi a sua disposizione il meno possibile. I movimenti di camera, i tagli di montaggio, la musica: tutto è ridotto all’osso. Un compromesso che sacrifica il ritmo sull’altare del realismo, ma che non dimentica piccole perle di virtuosismo, come in una delle scene madre alla fine del film in cui viene ripresa un incontro tra tutti i componenti del paese. “È stata molto difficile da girar – spiega il regista - è una scena di 17 minuti con decine di personaggi inquadrati insieme, ogni attore (non tutti erano professionisti) stava girando la sua scena, tutto è studiato al minimo secondo. La cosa difficile è stata piazzarli in modo da vederli tutti, e individuare dove era il focus della scena. Ho speso un giorno solo per far capire alla troupe e agli attori che sarebbe stato complicato, ma che era un’esperienza che andava vissuta”.

R.M.N., grazie anche al suo finale arrembante, rappresenta un’opera che stupisce per coerenza e lucidità. Un film che ci parla di “ciò che ci tiene svegli la notte” senza alcun tipo di didascalismo e che, soprattutto, riesce a fare un cinema difficile e di alta qualità attraverso le scelte più semplici possibili.

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