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CANNES – Tra i grandi divi di Hollywood presenti sulla Croisette come Tom Cruise, Mads Mikkelsen e Javier Bardem c’è anche Alice Rohrwacher, protagonista del penultimo “Rendez-vous” della 75ma edizione del Festival di Cannes. La regista italiana, che proprio a Cannes vinse il premio alla miglior sceneggiatura per il suo Lazzaro Felice, presenta per l’occasione il suo nuovo cortometraggio Pupille, un Disney Original natalizio di circa 30 minuti prodotto dal regista premio Oscar Alfonso Cuarón e Gabriela Rodriguez, insieme a Carlo Cresto-Dina per Tempesta, produzione di tutti i film di Alice Rohrwacher.

Prima della proiezione, la regista racconta un po’ della formazione cinematografica sua e della sorella Alba: “Non andavamo spesso al cinema purtroppo. Non ci sono molti cinema in campagna, lo abbiamo scoperto davvero quando ci siamo trasferite in città. È stato incredibile. Andare al cinema cambia il modo in cui guardi il mondo, è importante per tutti. Guardare attraverso gli occhi di un altro. C’è un film che mi ha stordito completamente quando ero piccola, un film di Godard, Fino all’ultimo respiro, perché l’ho visto in un momento in cui non avevo ancora capito che il cinema si estendeva al di là del racconto. E poi ricordo un film che è entrato nella nostra casa, Novecento di Bertolucci, perché nostro padre lo guardava spesso. Lì ho capito che esiste anche la grande epica, non solo la narrazione”.

Pupille è ambientato in un collegio di orfane durante la seconda guerra mondiale. Le bambine se la dovranno vedere con una severa madre superiora interpretata da Alba Rohrwacher durante un pranzo di Natale che ha come protagonista una zuppa inglese donata alle piccole, in cambio di una intercessione, da una nobile locale interpretata da Valeria Bruni Tedeschi.

Nel corto, lo stile registico fiabesco di Alice Rohrwacher si fonde sapientemente con l’atmosfera natalizia, regalando una piccola pillola di cinema capace di divertire i più piccoli e affascinare gli adulti, come i migliori prodotti targati Disney sanno fare. Così l’autrice racconta la genesi del progetto: “Alfonso Cuarón mi ha contattato e mi ha chiesto se volevo fare un piccolo film sul Natale, nella mia mente è comparsa una lettera scritta da Elsa Morante a Goffredo Fofi che racconta la scena del pranzo che vediamo nel corto. La storia della zuppa inglese. Ho voluto quindi raccontare il mondo di questo collegio religioso e di queste bambine, raccontare l’antefatto. Ma tutto è partito da una torta”.

“Amo molte le pupille, che vuol dire bambine. – continua Rohrwacher - Mi ha sempre emozionato pensare che tutti abbiamo delle bambine dentro gli occhi, delle bambine ribelli che possono aprirsi, chiudersi, afferrare delle cose, ballare e anche quando il corpo non può muoversi, essere libere. Volevo fare un omaggio alle bambine e alle pupille. Tutti i miei film iniziano nell’oscurità. L’idea di entrare in un luogo che non conosco, siamo qui tutti insieme, in un luogo oscuro che è il cinema. Un posto in cui all’inizio dobbiamo amplificare i nostri sensi, perché non vedendo bene, forse ascoltiamo meglio e iniziamo a usare la nostra immaginazione. Per me è molto importante cercare di creare dei film che non distruggano l’immaginazione dello spettatore, ma anzi la evochino e la facciano crescere".

Per quanto riguarda la parte tecnica, la regista rivela che il film è “un dolce omaggio al cinema delle origini. Un omaggio che abbiamo fatto senza pensare, in maniera istintiva. Forse perché ci trovavamo negli anni ‘40, mentre giravamo abbiamo evocato un cinema delle origini. È girato in pellicola, come gli altri film, ma a 16 fotogrammi al secondo. Abbiamo realizzato fermo immagini, velocizzazioni, abbiamo giocato, perché era un film molto legato al gioco. È bello che possiamo fare dei film che abbiano un rispetto dell’immagine e che sappiano giocare con l’immagine, non solo sfruttarla”.

“Mi sento una grande responsabilità come regista, - prosegue - ho paura di sprecare le torte, far cadere per terra tutte le torte che cerco di cucinare. C’è una grande responsabilità nel cinema perché è una delle poche occasioni che ci resta in cui non abbiamo il controllo. Parlo proprio del cinema, della sala, qui non possiamo decidere niente, quando fermarci, quando tornare indietro, come ormai siamo sempre più abituati. Al cinema abbiamo la possibilità di entrare nello sguardo di un altro, per questo sento una grandissima responsabilità. Poi però penso che ci sono persone che hanno molte più responsabilità di me e mi dico: vabbè sono solo un giullare. Ci sono cose più importanti nel mondo”.

Infine c’è tempo anche per un’anticipazione sul suo prossimo film, La chimera, che andrà a sommarsi ai precedenti due in un “trittico”: “Per fortuna i miei film sono meglio di come riesco a raccontarli, perché il soggetto è solo la fascinazione per un contesto e poi come emerge la storia è sempre qualcosa di molto speciale. Quando sono andata dalla commissione e ho detto che volevo fare un film sulla fine della mezzadria, erano disperati. Mi hanno guardato sempre molto preoccupati anche ora che voglio fare un film sull’archeologia. Come dicevano i greci: l’uomo cammina all’indietro, davanti a sé ha il suo passato e alle spalle ha il proprio futuro. Guardare indietro per noi essere umani è un modo per guardare avanti verso il futuro. E anche il film su cui sto lavorando (siamo a metà delle riprese), credo che faccia parte di questo sguardo. Un altro passo avanti, o meglio indietro, che fa parte, più che di una trilogia, di un trittico. Tre immagini su come ci relazioniamo con il nostro passato”.

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