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CANNES - L'artista e la sua musa, Kelly Reichardt e Michelle Williams, quest'ultima incinta del terzo figlio sulla Croisette, tanto da richiedere ai giornalisti che la intervistano di indossare compatti la mascherina (ed è la prima e unica volta in tutto il festival). E' il loro quarto lavoro insieme, in un affiatamento e rispecchiamento totale, Showing up, in concorso, una pacata riflessione non priva di autoironia sul mondo dell'arte underground.

La regista americana di First Cow e Meek's Cutoff, quest'anno particolarmente celebrata prima alla Quinzaine con la Carrosse d'or quindi a Locarno ad agosto, compone un film piccolo e fragile come le sculture della protagonista Lizzy, che crea figure femminili di creta aeree e sospese, a volte claudicanti. Un'idea totalmente artigianale della creazione artistica che appare come una dichiarazione di poetica per la cineasta 58enne.

La vicenda si dipana nel volgere di due giornate a Portland, nell'Oregon, dove una scultrice, Lizzy appunto, sta dando gli ultimi ritocchi alle sue opere che saranno mostrate in una personale. La concentrazione è altalenante: prima si guasta il boyler per l'acqua calda e la padrona di casa, anch'essa artista (Hong Chau), rifiuta sostanzialmente di ripararla, poi il gatto ferisce un piccione, che viene portato dal veterinario e accudito sempre più amorevolmente, mentre il fratello della protagonista, iperprotetto dalla madre (mentre il padre sembra piuttosto disinteressato) e probabilmente psicotico, dà in escandescenze suscitando una preoccupazione costante che distoglie Lizzy dal suo obiettivo principale.

Lo stile del racconto è semplice, minimalista, quotidiano eppure pieno di digressioni stimolanti e dettagli ben disegnati. Ogni personaggio è curato con grazia. Lizzy poi è una figura di donna alternativa e fuori dagli schermi a cui Michelle Williams dà vita con un look dimesso, spento, tipo American Vintage, senza trucco, infagottata e con crocs e calzini. "Parliamo di una persona che cerca un equilibrio tra la vita di tutti i giorni con le sue incombenze e un lavoro che è essenziale come l'aria che respira", afferma Reichardt affiancata come sempre dallo sceneggiatore Jonathan Raymond, in questo attento studio di un carattere femminile fotografato da Christopher Blauvelt. "Con Jo abbiamo lavorato seguendo un percorso lungo e tortuoso – ammette la regista – un percorso cominciato con un viaggio a Vancouver per studiare l’opera della pittrice canadese Emily Carr. Successivamente ci siamo spostati su un’altra artista, la scultrice Lee Bontecou, che secondo me somiglia davvero molto a Michelle. A questo punto lei si è concentrata sul processo creativo del suo personaggio e sul modo di realizzare le sculture che sono opera di Cynthia Lahti. Loro due hanno lavorato insieme a distanza, finché Michelle non è arrivata a Portland dove ha sede l’atelier di Cynthia e si sono incontrate”.

Scenario del film è infatti l'Oregon College of Art and Craft di Portland, chiuso nel 2019, con il suo melting pot di personaggi ossessivi e stravaganti che rappresentano molto bene una scena artistica alternativa. Immancabile una domanda sulla presenza delle donne in concorso: “Non è cambiato abbastanza – replica secca Reichardt - se ancora ci facciamo questa domanda invece si considerarci semplicemente dei filmmaker”.

Nel cast anche Judd Hirsch e Amanda Plummer nel ruolo dei bislacchi genitori della protagonista. 

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