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CANNES - Léonor Sérraille con la sua Jeune Femme (2017) conquistava la Caméra d’or, aveva 31 anni: maturata di qualche anno, approda in Concorso con Un petit frère, al contempo sorpresa e promessa, la prima perché il film è stato aggiunto in fase ultima alla selezione principale; promessa proprio per il premio di cui è stata insignita cinque anni fa, un’opera che apriva la speranza che stesse nascendo una prolifica autrice. 

Un petit frère è l’architettura – costruita e decostruita - di un nucleo e di un sentire, quello della famiglia: Rose (Annabelle Lengronne) alla fine degli Anni ’80 arriva a Parigi – dalla Costa d’Avorio – con Jean e Ernest, i suoi bambini. Di mestiere fa le pulizie in un hotel e nella quotidianità personale si dedica alla figliolanza – che vive con complice allegria e altrettanta serietà per la formazione scolastica –, accanto ad una perenne ricerca della sua stabilità femminile, cercando un compagno – forse anche un padre per i suoi figli: così incontra e appronta una storia con l’operaio del ballatoio di fronte alla terrazza dell’hotel poi partito per Marsiglia, con il violento Thierry e, infine, con il conterraneo Julius Cesar, che sposa. Non un lieto fine, o “una nuova partenza” come recita una frase del film, ma l’inizio della crepatura con i suoi due uomini più importanti, Jean e Ernest appunto. 

“Mi sono posta molte domande sul concetto di famiglia, ho passato molto tempo sui personaggi, immaginandomi spettatrice, e concentrandomi anche sul concetto di destino. Abbiamo cercato di raccontare una storia di vita, che fosse realistica, ma spingendo verso le diverse sfumature della vita: la base del film è organica ma poi comportava una percentuale di istinto” da parte degli interpreti, soprattutto, per cui dapprima “ci siamo concentrati su Jean (Stéphane Bak), per poi creare la coppia di fratelli (l’altro, Ernerst, è l’attore Ahmed Sylla): era importante un equilibrio felice”, spiega l’autrice, che continua precisando come ci sia stato anche “un montaggio intenso, passionale, per cercare di dare al film respiro, per puntare sugli aspetti della vitalità e alla complessità dell’esistenza, affinché non ci fosse monotonia. Per me ciascuna scena era come un piccolo film, con una vitalità, un'intimità, un'empatia”. 

Un sentire, questo, di certo essenziale per il ruolo della mamma, infatti, continua Serraille, per la parte: “Cercavo qualcuna che avesse la freschezza del personaggio scritto e un mélange di emozioni, e in lei li incontrati forti”. 

Annabelle Lengronne spiega: “Ho interpretato una persona che aveva qualcosa da costruire, in un contesto con la complessità delle crisi: ringrazio la possibilità di un personaggio così articolato”, per un’interpretazione che – sulla scena – occupa un periodo di circa vent’anni, il cui apice è un incontro tra la mamma e Ernerst, ora professore di Filosofia: “Una scena che ho atteso con impazienza, in cui ho messo alla prova la vita di Rose: l’incontro con Ernest adulto è stato molto forte”. 

Così Ahmed Sylla, del suo ruolo, racconta: “Ho lavorato in un modo completamente differente dal solito (lui è un attore prettamente comico, ndr). La scena con Annabelle la considero davvero cinematografica: Léonor mi ha rassicurato, ho ascoltato della musica per guidarmi nelle emozioni. Léonor mi ha offerto il mio primo film d'autore”. 

Ma Jean? Jean s’è perso nell’amarezza e nella rabbia della vita, ma il senso di appartenenza, il sangue fraterno, si può rarefare, ma mai davvero sfumare e, come riflette il suo interprete - Stéphane Bak (The French Dispatch; Novembre): “Questo film è stata una giusta opportunità di mettere in scena la vita. Come riferimenti, per esempio, ho cercato di guardare a Cassavetes, a Depardieu”. 

L’autrice aggiunge che, con il finale soprattutto, avesse “bisogno di sorprendere e penso che il film sia sostanzialmente malinconico”. 

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