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Esce il 17 giugno in esclusiva sulla piattaforma MUBI il film Pleasure della svedese Ninha Thyberg, con Sofia Kappel, sguardo spietato, con punto di vista femminile, sul mondo dell’industria del porno, che segue la storia di una ragazza che cerca consapevolmente di diventare una star del cinema per adulti, finendo però ad avere a che fare con aspetti molto più oscuri, relativi a quel mondo, di quanto ci si potrebbe immaginare. La pellicola è passata al Sundance  e viene da un corto che è arrivato a Cannes.

“La mia formazione, gli studi di genere – dice la regista - hanno avuto su di me un grande impatto. Sono femminista da quando ho 15 anni. Ho intrapreso questi studi perché quando avevo 16 anni il mio ragazzo mi fece vedere un film porno e mi sconvolse. I ragazzi si scambiavano queste VHS come se fosse una cosa normale. Anche chi non era particolarmente interessato a vederlo alla fine doveva farlo, per non essere tacciati di omosessualità. E invece io e le mie amiche non potevamo nemmeno ammettere che ci masturbavamo. Pensate che scompenso radicale. Poi il contenuto, tutto da una prospettiva maschile e maschilista, mentre la donna era solo una bambola del sesso, in posizione degradante con unico ruolo di compiacere gli uomini. Bambole bionde col seno rifatto, non riuscivo a identificarmi con quelle donne e non c’entrava niente con la mia realtà. Mi sono chiesta se il mio ragazzo si aspettasse questo tipo di sessualità da me. Io possedevo una sessualità ammantata di romanticismo sdolcinato. Sono diventata un’attivista anti porno pensando di distruggere tutto il porno esistente, ma nessuno attorno a me sembrava interessato all’argomento. Mi sono chiesta come si potesse rappresentare e contrapporre una sessualità femminile più corretta. Ho capito che poteva esistere una pornografia alternativa, declinata al femminile. Così ho capito come muovermi e nel 2008 ho iniziato a frequentare la scuola di cinema. Restava l’impossibilità di parlare in modo urbano della sessualità eludendo certi criteri di rappresentazione. Nel 2011 ho realizzato il corto alla base del film, che poi è stato selezionato a Cannes”.

Il film ha diviso per reazioni non solo l’ambiente tradizionale del cinema, ma come prevedibile anche l’industria del porno: “Ci sono state reazioni veementi e critiche – continua Thyberg – per lo più ci sono stati molti elogi da parte delle operatrici del settore mentre gli uomini hanno inizialmente reagito male, vedendosi ritratti in maniera negativa, ma infine hanno riflettuto e si sono scusati. Non si può parlare di vittorie, una donna che opera in una struttura patriarcale deve affrontare situazioni difficili, ma le donne con la loro forza possono ritagliarsi il loro spazio nella realtà. Non c’è un vincente o un perdente. Il finale resta aperto, ci sono tanti punti di vista, non significa necessariamente che la protagonista lasci il mondo della pornografia. Non si può lasciare il patriarcato, bisogna muoversi al suo interno e trovare una strategia per andare avanti. Spero piuttosto che lei raggiunga le sue amiche, e poi non miro solo al patriarcato, ma anche al “sogno americano” e al capitalismo. E’ difficile arrivare in cima, ma in cima lo spazio è limitato, quindi per arrivarci devi necessariamente calpestare gli altri”.

Circa il suo paese la regista spiega che “non c’è industria del porno in Svezia. Così come la mostro nel film esiste solo a Los Angeles. Mentre mi documentavo ho capito di avere a che fare con persone normali che hanno un lavoro anormale. Incarnano le fantasie e i contenuti che noi cerchiamo quando andiamo a cercare un film porno su Internet, ma quella non è la loro sessualità. Le perversioni, il razzismo o qualsiasi altro tipo di fantasia è solo una messa in scena, ma sono più simili a noi di quanto possiamo immaginare. Credevo di sapere molto di loro rispetto all’atteggiamento patriarcale ma invece ho dovuto scendere dal piedistallo e capire che ne sanno molto di più loro di me. Ho fatto ricerca per cinque anni, conosco bene l’industria, e i miei attori vengono dal porno, ma non tutti interpretano sé stessi. Ad esempio i cattivi sono spesso interpretati da brave persone. L’unica che non viene dal porno è la protagonista, Sofia. Ma non pensavo di farlo così, all’inizio. Cercavo attori ma poi ho capito che la cosa non avrebbe funzionato. Mi sono rivolta a gente del settore e sono stati una squadra meravigliosa, mi hanno aiutata e sono stati molto generosi. Il tema che affronta il film è condiviso”.

“Ho visto Boogie Nights e Nymphomaniac – chiude Thyberg – ma sono fatti da uomini e quindi non mi hanno particolarmente preso, per quello che volevo fare io. La scoperta di sé è un percorso iniziato molto tempo fa che continuerà per tutta la mia vita. Ho fatto questo film perché ho sentito la necessità di colmare un vuoto. L’industria del porno permea la nostra cultura ma il 99% di quel mondo si muove su prospettive maschili. Io con la mia camera alterno, a volte mostro il punto di vista maschile, a volte quello femminile, a volte entrambi. Non ci vuole necessariamente il pene per dominare la scena, ma il pene può diventare un simbolo, un’idea di mascolinità tossica. Non si tratta di dire che le donne sono sempre vittime e non ha a che fare col corpo, è una questione più profonda e culturale”.

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