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PESARO - Arriva direttamente da Cinecittà, dove sta girando Book Club 2 The Next Chapter con Diane Keaton, Jane Fonda, Candice Bergen, Mary Steenburgen (e con Andy Garcia e Don Johnson). E' il sequel - segretissimo - dell'originale del 2018, sulle vicende di quattro amiche di vecchia data le cui vite cambiano per sempre dopo aver letto 50 sfumature di grigio nel loro club mensile del libro. In questo secondo capitolo le quattro portano il loro club in Italia in un divertente viaggio pieno di imprevisti e con qualche segreto di troppo, e lui è un poliziotto che si innamora di una delle amiche. "Ieri ho fatto una scena con le famose attrici di cui non si può parlare", scherza Giancarlo Giannini, alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro per presentare il restauro di Pasqualino Settebellezze, il celebre film di Lina Wertmuller candidato nel 1975 a quattro premi Oscar (tra cui proprio quello per l'attore). "Cinecittà è stata fondata da Mussolini come il Centro Sperimentale che si trova proprio di fronte, dove ho insegnato a lungo recitazione. Sono luoghi mitici, importantissimi. Il Teatro 5 è enorme e Federico Fellini non solo ci ha lavorato ma anche vissuto e persino dormito. Ricordo che ero a New York, alla prima di E.T., e chiesi a Steven Spielberg dove avesse preso l'idea bellissima delle biciclette volanti. Lui mi spiegò che aveva copiato da noi, da Miracolo a Milano. Noi italiani abbiamo insegnato a tutti a fare il cinema. Rossellini si arrabbiava quando gli dicevano che girava con gli attori presi dalla strada perché invece aveva gli attori meglio pagati dell'epoca, come Anna Magnani e Aldo Fabrizi in Roma città aperta. 'Giravo in mezzo alla strada perché non avevo la corrente nei teatri', diceva. La sua era una forma di disperazione".

Alla vigilia degli 80 anni che compirà il 1° agosto, Giannini è apparso rilassato e loquace ai giornalisti che lo hanno incontrato prima della serata in Piazza del Popolo, dove viene proposta una copia restaurata a cura di CSC Cineteca Nazionale con RTI, Infinity e il contributo di Genoma Films. "E' un film molto bello - ha detto l'attore - uno dei miei migliori. E non tutti sanno che nasce dall'incontro con il vero Pasqualino che io avevo conosciuto a Cinecittà, dove girava con una tanica di acqua che vendeva a chi aveva sete e che mi aveva parlato della sua incredibile storia. La raccontai a Lina e in poche ore, di notte, scrisse una sceneggiatura", ricorda, mostrando la prima stesura che ancora conserva, un quadernetto marrone datato Roma, 12 marzo 1973 da poco riemerso dalle sue carte. "La collaborazione con Lina è stata straordinaria. Devo tutto a lei, il mio successo e i tanti film che abbiamo fatto insieme. Sono stato molto fortunato. Ricordo che Lina all'inizio non voleva fare quel film, voleva fare una cosa sull’attentato dell'anarchico Bresci. Ma io ho insistito. Lei diceva che non si può far ridere sul campo di concentramento e io invece volevo fare Pulcinella nel lager".

La lunga collaborazione con la regista, scomparsa a dicembre 2021, è andata avanti tutta la vita. "Avevamo un rapporto molto particolare, scrivevano insieme, io recitavo mentre lei buttava giù le scene. I miei film più belli li ho fatti con lei, a partire dai 'musicarelli' con Rita Pavone che lei firmava con pseudonimo. Erano film fatti in 20 giorni che però incassavano un sacco di soldi. Nel '72 abbiamo girato Mimì metallurgico ferito nell'onore, io avevo fatto Dramma della gelosia con Ettore Scola e mi piacque quella storia di un operaio che Manfredi e Mastroianni avevano rifiutato. I produttori volevano un siciliano come Buzzanca, ma io andai in Sicilia con un piccolo registratore e imparai il catanese. Turi Ferro mi insegnò e molti mi presero davvero per un siciliano. Da lì sono nati tutti gli altri film insieme, Film d'amore e d'anarchia, Travolti da un insolito destino, fino a Pasqualino, che è stato un successo in tutto il mondo. Se non avessi conosciuta Lina oggi farei l’elettronico. Voleva fare l’ultimo film con me prima di morire, sarebbe stato bello finire la sua carriera e anche la mia insieme". 

Quindi, sul mestiere dell'attore: "Non sono mai riuscito a entrare nei personaggi e non ho mai imitato la realtà. È tutta una finzione. L’attore è un plagiario, uno che sale sul palcoscenico da solo e ha 3000 occhi puntati addosso. Pensate che la cosa che spaventa di più la gente non è la morte, ma parlare in pubblico. Tranne per gli inglesi, che hanno paura soprattutto dei ragni, chissà perché". Qualche rimpianto? "Ho avuto tanti premi ma a Venezia mai, neppure un gatto nero. Stranamente". Un pensiero anche sulla guerra: "Non sono d'accordo a dare armi all'Ucraina, non si deve alimentare il conflitto, ma parlare, la dialettica è ciò di cui abbiamo bisogno"

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