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Il nome Matt Dillon evoca subito, per chi ha incominciato ad amare il cinema negli anni Ottanta, Il sex symbol che Francis Ford Coppola faceva conoscere in tutto il mondo con l’accoppiata I ragazzi della 56ª strada e Rusty il selvaggio, o il giovane senza futuro protagonista del secondo film di Gus Van Sant, quel Drugstore Cowboy che creò scandalo e confermò in tutto il mondo, dopo Mala Noche, le potenzialità del regista americano.

 In realtà la carriera di questo attore che negli anni è passato anche dietro la macchina da presa, scoprendo di amare le due cose allo stesso modo, è molto più complessa, ampia e articolata. La sua prima candidatura all’Oscar avviene con un film Chrash - contatto fisico di Paul Haggis che ha avuto accoglienze molto contrastanti (chi lo ha amato tantissimo, chi lo ha completamente detestato). Nella sua vita ha partecipato a tante commedie (la più famose di tutte è certamente Tutti pazzi per Mary, il cult politicamente scorretto per eccellenza) ha interpretato ruoli drammatici, è stato un’icona sexy senza però disdegnare ruoli che non puntavano affatto sull’aspetto e sull’attrazione fisica. E al Festival di Locarno quest’anno riceve il  Premio alla Carriera, riconoscimento  sul quale ha molto ironizzato (probabilmente la pensa come il grande Ettore Scola: "I premi alla carriera sono chiodi sulla bara"). Come attore e come regista ha continuato a muoversi tenendo fede a un’idea di cinema molto vicino a quella dell’autore che lo ha fatto conoscere, il già citato Francis Ford Coppola: un cinema completamente indipendente, ma che cura in modo particolare il fatto di poter incontrare un vasto pubblico e di essere un successo commerciale.

 L’incontro al festival di Locarno ha toccato vari di questi argomenti emozionando il pubblico e confermando che la capacità di Dillon di essere un’icona transgenerazionale è ancora completamente intatta. “Merito dei film che ho girato con Coppola – sostiene scherzando – e soprattutto merito dei libri che hanno ispirato quei film, e che ancora adesso vengono letti da molti ragazzi che vi si riconoscono. In America tutti hanno letto quei libri… In tutte le scuole in cui mi è capitato di andare a parlare ho scoperto questa cosa, un interesse che continuava a vivere nonostante la differenza generazionale. E questo è merito della verità con cui sono stati scritti quei personaggi, anche nel film, una verità che permette sempre una forma di identificazione”.

Un lavoro quello fatto con Coppola che certamente è andato al di là dei due film girati insieme: “Ho cominciato a fare cinema che avevo solo 14 anni, ho capito subito che volevo fare l’attore, che volevo recitare, che il set era il mio luogo, la mia casa, ma solo a 18 anni quando ho incontrato Francis, mi sono reso conto che mi stavo davvero impegnando in profondità in questa direzione. Lui è stato una sorta di padre artistico, non mi dava solo consigli finalizzati alla riuscita del film, ma mi spingeva a studiare, a conoscere il cinema, a vedere i film del passato a cui lui stesso si ispirava, ad amare registi come Ford e Hawks, a imparare quelle regole che sono vitali per un attore e per un regista, e di cui bisogna impossessarsi per poterle all’occorrenza infrangere, per rivendicare quella libertà creativa che è fondamentale quando fai questo lavoro. Un’esigenza che ho sperimentato soprattutto con il mio primo film di regia, City of Ghosts che infatti mette insieme attori professionisti e non e in cui ho lavorato molto  con l’improvvisazione”. È per questo motivo che non vivi a Los Angeles e frequenti poco Hollywood? “Anche la California è casa mia, ci ho vissuto per periodi lunghi ma mi sono sempre sentito più a mio agio a Est… è facile dire: odio Hollywood, ma Hollywood ha prodotto tantissimi capolavori. Per me però funziona in modo diverso, io l’ispirazione la prendo dal mondo che mi circonda, dalla curiosità che mi spinge ad osservare le persone e le situazioni più diverse che appartengono al mondo di tutti i giorni, dalle mie passioni. La cosa più importante è sapere prendere questa ispirazione e portarla nella fabbrica del cinema senza perderla per strada e senza snaturarla troppo. Piuttosto è meglio attendere”.

E questo è certamente il caso di El gran Fellove, il documentario sul famoso scat cubano Francisco Fellove le cui riprese risalgono a vent’anni fa e che Dillon ha deciso di montare solo nel 2020: “Effettivamente sono un masochista. Ho atteso un po’ troppo, ma  all’epoca non avevo molta esperienza come documentarista e ho avuto bisogno di macinare tempo e lavoro e qualche riflessione in più. Mi ricordo che ero andato a riprendere questo showman bravissimo con una piccola troupe, volevo filmare la registrazione di un album che stava preparando. All’inizio non si accorse che ero un regista, mi aveva scambiato per un elettricista e voleva mandarmi via. Poi ha scoperto che volevo realizzare un film su di lui e la cosa gli è piaciuta molto. Solo che io sentivo di non essere abbastanza pronto, mentre in lui le aspettative crescevano. Ma non ho abbandonato il campo, diciamo che il destino ha deciso per noi, perché il disco ebbe problemi con la produzione, loro si fermarono e anch’io… quando mi sono sentito in grado di farlo ho rimesso mano a tutto il materiale, e sono felice che sia andata così, perché credo, in questo modo, di aver onorato il lavoro e la figura di questo grande musicista in una maniera migliore”. Con lo stesso senso di libertà Dillon risponde a chi gli domanda quale sarà il futuro del cinema: “Le cose ormai cambiano velocemente, mi sembra ieri di aver girato City of Ghosts  e ora quando mi chiedono la copia in 35mm, mi sembra che parlino di un reperto storico. Anche l’industria si è modificata profondamente, ci sono le piattaforme, i film si vedono sul telefonino… ma la risposta per quanto mi riguarda sta ancora nella curiosità e nella creatività. Bisogna sapersi adattare e saper trovare delle soluzioni per portare avanti i progetti in cui si crede, a tutti i costi. Questa è sempre stata la mia forza e quindi non ho paura di quel che succederà”.

 

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