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Il Delta del Po è uno dei luoghi che maggiormente sanno evocare il grande cinema. La tragica conclusione di Paisà, con i corpi dei partigiani legati tra loro e spinti senza pietà nell’acqua, è lì a ricordarcelo, ma la foce del più grande fiume italiano ha stimolato, tra gli altri, anche Michelangelo Antonioni e Pupi Avati, due che quei paraggi li conoscono molto bene, e in tempi più recenti anche l’esordio di un altro ferrarese, lo Stefano Mordini di Provincia meccanica.

Gli stessi luoghi sono anche al centro di Delta il film che Michele Vannucci presenta a Locarno in Piazza Grande e che ci propone due grandi interpreti del cinema italiano in una veste piuttosto inedita. Alessandro Borghi e Luigi Lo Cascio sono infatti i protagonisti di una storia di frontiera, una sorta di western padano contemporaneo, tutto ambientato in quel territorio in cui la presenza umana ha sempre dovuto fare i conti con le difficili condizioni imposte dalla natura. Uno contro l’altro, in una sfida che diventerà un duello all’ultimo colpo, sono due uomini della palude legati in maniera diversa al grande fiume: Osso Florian (Lo Cascio), è un uomo mite, un idealista che si batte per la salvaguardia dell’ambiente e crede nella necessità di una giustizia sociale; Elia, invece, (Alessandro Borghi) è un ragazzo che si è sentito rifiutato da quella comunità, un emarginato, che ha trovato una nuova famiglia in un gruppo di pescatori rumeni che praticano la pesca di frodo.

Proprio la presenza dei bracconieri stranieri lungo il fiume accenderà le ostilità tra i due gruppi umani. Una guerra tra 'dimenticati' che scava in un passato poco lontano, quello di un’Italia contadina trasformata troppo in fretta dal miraggio della modernità venduto dalle grandi industrie; una transizione spesso irrisolta di cui si fanno portatori quasi tutti personaggi del film, anche quelli apparentemente secondari, come Anna, (Emilia Scarpati Fanetti), divisa tra Osso ed Elia, che diventa cartina al tornasole dei diverso rapporto che i due hanno con il territorio, o “Nani” (Greta Esposito) sorella di Osso e motore della sfida tra questi ed Elia, e vittima inevitabile di quella che si rivela come una vera e propria guerra.

“Mi interessava raccontare il fiume e le zone intorno ad esso come uno spazio abbandonato e quindi origine in qualche modo di disagio, come spesso sono le zone di frontiera - spiega Vannucci – per capire meglio il territorio ho fatto moltissime interviste e ho incontrato diverse persone, scoprendo che avevano dei problemi con la propria identità, proprio come si vede nel film. Quello che succede lungo il fiume è quello che sta succedendo in tanta provincia italiana. Viviamo in un Paese in cui molti si sentono abbandonati e per questo si sentono in diritto di farsi giustizia da soli”.  

E rispetto al rapporto ambiente e territorio Borghi afferma: “Io credo che il paesaggio influenzi in qualche maniera l’uomo che ne fa parte e anche per questo motivo costruire il mio personaggio non è stato semplice. Così, d’accordo con Michele, con il quale siamo amici dai tempi del Centro Sperimentale, abbiamo deciso che anche Elia avrebbe preso vita in questo modo, senza troppa preparazione, ma respirando l’aria di quei luoghi e diventando un mix di culture che si incontrano e si scontrano”. Nessuna costruzione a tavolino neanche per Lo Cascio che spiega: “ero talmente preoccupato di non riuscire ad affrontare nel modo giusto questo personaggio che ho deciso di non prepararmi affatto. Non volevo riprodurre qualcosa che già conoscevo e sapevo fare. Anche io volevo abbandonarmi a quei luoghi e a un altro modo di vivere e pensare. Il lavoro per me è stato un po’ come quello degli atleti che preparano la rincorsa del salto in alto: si segnano i passi, la traiettoria, ma il salto lo fanno nel momento in cui c’è la prestazione atletica. Ecco, volevo che ci fosse uno studio, ma anche una naturalezza”.

Ed effettivamente l’essere a proprio agio con i personaggi - che sono sempre credibili - è qualcosa che per i due attori passa anche dal lavoro fatto sulla lingua, che per Borghi è un impasto di italiano, dialetto veneto e rumeno (anche se Elia parla pochissimo), mentre per Lo Cascio è il dialetto ferrarese, che diventa immediatamente anche un modo di essere: “dover utilizzare il dialetto non è stato un ostacolo ma un aiuto, perché i dialetti portano con loro un modo di essere, un’espressività, che se l’afferri è già carattere. Non puntavo ad essere uno di quei posti, ma volevo essere credibile. Andrea Gherpelli, che è un attore emiliano molto bravo, in questo è stato fondamentale, perché molto generosamente, per amicizia, si è messo a disposizione e ci ha fatto praticamente da coach. Ed io ero talmente preso da questo continuo esercizio che facevamo che anche a casa continuavo a parlare così”.

E se anche la lingua nel film può essere strumento di divisione, di certo per Borghi non deve esserlo il cinema e afferma: “in un paese razzista come il nostro è importante usare il cinema per costruire empatia, per aiutarci a metterci al posto di quelli che consideriamo nemici, perché il confine tra buono e cattivo è spesso labile. E quindi è fondamentale riuscire a raccontare storie, sottraendosi il più possibile a ogni forma di giudizio”

Il film è prodotto da Groenlandia, Kino Produzioni e Rai Cinema e uscirà nei primi mesi del 2023

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