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Una presenza molto attesa al Festival di Locarno è stata certamente quella di Laurie Anderson insignita, per questa edizione numero 75, del prestigioso Vision Award Ticinomoda, premio che intende valorizzare e rendere omaggio a chi, con il suo lavoro creativo, ha contribuito a rinnovare l'immaginario cinematografico. E sicuramente Laurie Anderson cantante, musicista, performer e autrice di straordinari show multimediali, ne è l’esempio perfetto. Grande “narratrice di storie”, come lei stessa ma definirsi, l’artista americana è stata infatti (e continua ad esserlo) una delle principali animatrici della scena d'avanguardia newyorkese. Un’anima artistica che ha unito nella sua costante ricerca di nuove forme espressive, musica, poesia, fotografia, cinema e teatro con la particolarità di di raggiungere sempre il grande pubblico.

Anche per questo motivo Laurie Anderson al festival di Locarno si sente a casa: “Mi piacciono molto i festival di cinema, credo siano una comunità intellettuale, luoghi nei quali chi si interessa di cinema e di cultura sa di poter trovare gente con la quale ha qualcosa da condividere. È un po’ come avviene con le grandi città. Io mi sono formata in un ambiente straordinario, una grande città come la New York degli anni Sessanta nella quale tutti si cercavano, si parlavano, si confrontavano, musicisti registi scrittori attori registi. A Locarno parli con gente che è davvero interessata al tuo pensiero, che ha voglia di sapere e di condividere, così come accade a Venezia, a Berlino…”.

E quello di Locarno, si sa, è un festival di cinema che ha sempre avuto una particolare attenzione alla crossmedialità, a mescolare insieme le discipline più diverse…”Si, è vero, però i termini ‘crossmediale’ e ‘multimediale’ mi piacciono poco, perché non capisco bene cosa vogliano dire. Se essere multimediale è passare tutta la giornata a guardare fisso il piccolo display del telefono, come vedo troppa gente fare, questo non diventa un progresso ma una dannazione. Per me è sempre stato naturale interessarmi di tutto, guardare tutto, sentire tutto. Le avanguardie che ho frequentato facevano questo percorso con naturalezza, senza strappi, senza problemi e senza forzature”.

Però la produzione artistica di Laurie Anderson è sempre stata molto attenta all’evoluzione tecnologica. Lo è stata per quanto riguarda la musica, con il “talking Stick”, il bastone parlante che riproduceva suoni diversi a seconda di come veniva agitato. E adesso, con il digitale? “Il digitale sta cambiando molte cose per quanto riguarda il racconto con le immagini. Aumenta in modo notevole le possibilità di espressione, moltiplica le connessioni. Tra i registi con i quali ho lavorato, quello che maggiormente è attento a questo è certamente Wim Wenders che utilizza la tridimensionalità per parlare di danza e ha un’attenzione quasi maniacale (in senso positivo) per tutto quanto è il sonoro nei suoi film. Anche io ho cercato di usare la tecnologia digitale senza esserne troppo condizionata. Il mio film digitale è Hearth of a Dog: parlo di molte cose, dal concetto di morte all’11 settembre, ma lo faccio partendo dalla morte del mio cane”. La musica di Laurie Anderson, così come il suo cinema e le sue performances, non sono mai rivolti verso il passato, parlano di futuro e ne parlano in maniera ottimistica. E questo in tempi che non sembrano autorizzare troppo l’ottimismo… “Si, io sono ottimista, e questo mio ottimismo non si fonda tanto sulla ragione o sull’osservazione della realtà si fonda su una libera scelta. La mia scelta è molto semplice: se sei ottimista verso il futuro, vivi meglio il mondo presente e soprattutto hai una migliore qualità della vita. E la vita va vissuta al meglio: il mio ottimismo ha questa origine, è una scelta, una libera scelta”.

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