/ ARTICOLI

Esce come evento il 19, 20 e 21 settembre con Vision Distribution e Palomar il poetico docu-film calcistico di Walter Veltroni E’ stato tutto bello – Storia di Paolino e Pablito, che commemora la vita e la carriera “sull’ottovolante” di Paolo Rossi. E’ lo stesso calciatore a dirlo in un passaggio del film: “sono stati continui alti e bassi, ho avuto momenti veramente difficili e rinascite fantastiche, come su una giostra pericolosa”.

Paolino è il piccolo Paolo, diventato ‘Pablito’ nel corso della sua carriera.

Federica Cappelletti Rossi partecipa all’evento così come il fratello Rossano. Altri relatori sono il collega Marco Tardelli, Carlo Degli Esposti per Palomar, Massimiliano Orfei per Vision.

“Ho cercato di affrontare la parte di Pablito attraverso il ricordo di persone che lo hanno amato – dice Veltroni – di tornare a Barcellona, nell’hotel del ritiro prima della partita con Argentina e Brasile, abbiamo cercato la stanza di Paolo, e poi siamo andati a Madrid, abbiamo cercato il Perugia e il Vicenza, ma soprattutto cercavo i ricordi di chi c’era. Ma soprattutto ho lavorato su Paolino. Mi affascinava la storia di un italiano non particolare, un ragazzo della frazione di Santa Lucia di Prato, non toccato da una specifica grazia fisica, ma da una straordinaria intelligenza e di un carattere fortissimo che lo hanno fatto reggere alle tante intemperie della vita. Grazie a Federica ho avuto accesso a immagini private, provenienti addirittura dei loro cellulari. Era uno dei tanti milioni di italiani sognatori che correvano dietro a un pallone e alla fine ce l’ha fatta, diventando un’icona, ma passando attraverso il dolore: le ginocchia rotte, la follia del calcioscommesse, i giudizi belluini sulla nazionale di Bearzot, poi passati dal bianco al nero. In tutto questo, un documento sull’incontro tra Rossi e Pertini, un pranzo, uscito fuori dal Quirinale, dove Pertini fu molto divertente. Ci sono tanti Paolo Rossi in Italia, ma lui è quello che ce l’ha fatta”.

“Quello del film – commenta Federica Cappelletti Rossi – è il mio Paolo e non quello di tutti. Il Paolo delle mura domestiche, privato, ed è stato difficile perché per me e le nostre figlie sono stati momenti dolorosi, lui era morto da poco. Il garbo di Veltroni ha molto aiutato e ci ha messo a nostro agio, riuscendo a tirar fuori quello che in altri momenti non saremmo riusciti a dire, né io né le bambine. Paolo era straordinario dentro e fuori dal campo”. Fu il fratello Rossano a convincere i genitori a lasciare che Paolo seguisse la sua strada: “Mamma ne soffriva – racconta commosso  - mio padre meno perché era stato uno sportivo e quindi ci spingeva ad esserlo. Mia madre non voleva che Paolo si allontanasse ma io sapevo che aveva il carattere giusto per farlo. Io presi la mamma da una parte e le dissi ‘è necessario che lui parta, è il suo sogno’, e così lei si convinse. Era anche il mio sogno, di giocare in serie A e nella nazionale. Io ero bravo ma Paolo mi dava una grossa mano, era speciale, mi dava l’assist. Ma quello che più mi manca di lui è il suo sorriso, per fortuna le bambine gli somigliano molto e anche io mi rivedo nel loro sorriso”.

Tardelli racconta: “Ho conosciuto Paolo tra i ‘ragazzi’ della Juventus. Era simpaticissimo e stavamo sempre insieme. Il suo sorriso era speciale e contagioso. Io venivo da Como e lo consigliai anche al Como, nell’unico anno in cui ha sbagliato, che sfortuna. Nonostante i problemi alle ginocchia era eccezionale, e poi andò a Vicenza, era molto più forte lui dei miei consigli. Sono stati anni meravigliosi con lui e quando Walter ci ha portati a Barcellona ho vissuto grandi emozioni, anche per quelle cose negative che noi non vedevamo ma i giornalisti sì. Le nostre stanze erano praticamente loculi, nessuno oggi farebbe un ritiro lì. E ho reincontrato perfino un cameriere dei tempi, che ovviamente si ricordava e aveva una foto con noi, tutti giovani. Anche io avevo due fratelli bravissimi che mi hanno aiutato a convincere i genitori a farmi giocare. Ricordo una sera a giocare a pallone in una stazione dei taxi a Roma con Minà e Venditti, i tassisti erano increduli”.

Toccante anche il videomessaggio di Antonio Cabrini: “Sono 40 anni dalla vittoria del Mondiale e festeggiamo in giro per il mondo. Il documentario porta in luce la figura di Paolo in maniera umile, positiva, e questo permette al pubblico di conoscerlo come vero uomo e grande papà. Sarà un documento essenziale per le giovani generazioni che si avvicinano al mondo dello sport e potranno capire il messaggio di Paolo”.

Il film racconta anche di un’Italia unita in anni durissimi, quelli delle BR: “A Paolo – dichiara Veltroni – piacevano le piccole comunità. La parte juventina che è stata importante all’inizio della formazione era importante, ma abbiamo deciso di raccontare tutto il resto con i Goal. Lui aveva radici in una dimensione più comunitaria. In Italia non c’è stata nessuna gioia sportiva paragonabile alla vittoria dei Mondiali dell’82, a mio parere. Quella vittoria determinò un cambio di clima. Uscimmo per strada e non eravamo più abituati. Eravamo abituati al sangue per terra, ai rapimenti, al cielo rosso. Questi 22 ragazzi col genio di Bearzot hanno regalato al paese una gioia che rappresentava un cambio di fase. Pertini stesso si comportava da tifoso, era una gioia che era in tutte le case degli italiani, a loro gli Italiani hanno voluto bene, con tutti i loro comportamenti iconici che sono rimasti nella memoria collettiva del paese. Un pallone è stato emotivamente più forte del piombo, almeno per un mese. Ho avuto la fortuna di conoscere Paolo di persona e non ha deluso le mie aspettative, possiede una dimensione narrativa, il suo rapporto col dolore, cadute e risalite, l’assenza totale di fisicità che gli consentisse di essere di per sé un fenomeno e le radici profonde, popolari, ed è questo che lo ha reso raccontabile come un italiano. Siamo abituati a cadere e risalire come paese, così come fu nel caso del terrorismo. Paolo continuava a combattere, quando si è rotto i menischi, quando lo hanno ingiustamente squalificato per due anni, eppure ogni volta tornava, e riusciva a fare cose incredibili. Questo è il modo migliore di essere italiani, cadere e rialzarsi”.

Nel documentario parlano anche le due figlie giovanissime del calciatore scomparso: “Io rispetto i bambini – dice Veltroni – e stavo facendo un film sul loro padre. Credo che i bambini abbiano una voce saggia e gentile. Nel documentario I bambini sanno ho chiesto ai bambini di tutto, dall’immigrazione all’omosessualità. I bambini sanno esprimere le loro opinioni, spesso vengono usati dai grandi, ma le domande che gli abbiamo fatto riguardavano soprattutto come stavano con il padre. La loro opinione era necessaria. Io sono figlio di un padre che non ho conosciuto, avevo un anno quando è morto, e non c’era per me niente di più bello che sentir parlare di mio padre”.

Lo conferma anche Federica Cappelletti Rossi: “Le ho prese da parte e ho chiesto loro se volessero fare un saluto e un ricordo per il loro papà. Si sono emozionate, hanno invitato tutti gli amici al cinema. Noi parliamo costantemente del papà, è stato un modo per affrontare il dolore e anche la partecipazione al film è stata assolutamente serena”. Inevitabile il riferimento al rapporto con la stampa e il ‘silenzio stampa’ prima del Mondiale, commentato da Tardini: “i giornalisti sono fatti così, a volte vogliono commentare senza sapere bene le cose. Ma ci hanno fatto arrabbiare e forse hanno contribuito a farci vincere. I rapporti con la stampa sono così. Io non sono mai andato a cena con un giornalista, c’è conflitto di interessi. Vendettero molte copie, però Bearzot era più forte delle loro critiche. Insomma, alla fine, è andata bene a tutti”.

Il film è realizzato con la collaborazione di Sky.

TRAILER:

VEDI ANCHE

DOCUMENTARIO

Ad