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Settimane, mesi di attesa, tra il timore e la speranza di conoscere il proprio destino. È ciò che vivono i pazienti oncologici quando, durante il percorso di cure, aspettano il giorno della Tac che rivelerà se il tumore è finalmente sconfitto o, almeno, regredito. Il tempo dell’attesa, film di 60 minuti diretto da Rolando Ravello e montato da Franco Bertini, è il racconto in prima persona di quei periodi sospesi in cui un’angoscia più o meno latente lascia spazio, qua e là, a momenti di sollievo o di vera gioia. Ne sono protagoniste dieci donne che hanno avuto una diagnosi di carcinoma ovarico, cui il regista ha consegnato delle GoPro affinché filmassero loro stesse il tempo di attesa della fine delle cure o dell’esito di un trattamento, tra una biciclettata rigenerante al parco degli Acquedotti, una seduta di yoga all’aperto, una chiacchierata con amici e familiari oppure tra le stesse protagoniste del progetto, in un vero e proprio percorso sperimentale di cineterapia.

Prodotto da Medicinema Italia con Medusa Film e il sostegno di Roche Italia, Il tempo dell’attesa è stato presentato stamattina nella sala MediCinema del Policlinico Gemelli di Roma, con un incontro post-proiezione cui sono intervenuti Antonio Gasbarrini, Preside Facoltà Medicina e Chirurgia Università Cattolica, Giovanni Scambia, Direttore Scientifico IRCCS, Direttore UOC Ginecologia Oncologica Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, Daniela Pia Rosaria Chieffo, Direttore UOS Psicologia Clinica Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, Fulvia Salvi, Presidente MediCinema Italia, Paolo Orlando, Direttore della Distribuzione Medusa Film, Maurizio de Cicco, Amministratore Delegato e Presidente di Roche Italia e le stesse pazienti protagoniste del film, che hanno chiuso l'incontro con Franco Bertini e la moderatrice Laura Delli Colli.

Il progetto è nato nella convinzione che il cinema, accompagnato dalla psicoterapia, possa rappresentare un’enzima, un catalizzatore del vissuto del paziente alle prese con una malattia difficile come il tumore, che frattura l’esistenza tra un ‘prima’ e un ‘dopo’. Prima di arrivare a raccontarsi con una GoPro, le dieci donne avevano partecipato, con un gruppo più numeroso di pazienti, a un percorso di cineterapia realizzato tramite la visione di una selezione di film e la loro rielaborazione in sedute di psicoterapia di gruppo: i risultati del progetto sono poi stati pubblicati su Cancers. “Le patologie tumorali femminili – ha spiegato il professor Scambia – sono caratterizzate da una complessità che deve tener conto non solo delle implicazioni fisiche, ma anche psicologiche. A essere colpita è l’essenza stessa dell’identità femminile e questo genera importanti conseguenze psico-sociali. Oltre alla cura del corpo, dunque, è fondamentale prendersi cura del benessere psichico di queste pazienti, anche con strumenti innovativi come il cinema, per aiutarle a recuperare una buona qualità di vita”.

Cure complementari che danno beneficio a chi vive momenti difficili o traumatici. “Al termine del percorso di cineterapia – dice la dottoressa Chieffo – abbiamo osservato una riduzione degli stati d’ansia e dei tratti depressivi, un maggior senso di empatia e un miglioramento del senso di auto-efficacia che ha contribuito a rafforzare l’alleanza terapeutica”. “Girare questo film è stata una delle esperienze più belle della mia vita”, ha affermato Rolando Ravello, di cui presto vedremo la serie che ha diretto Vivere non è un gioco da ragazzi. Il tempo dell’attesa, intanto, sarà proiettato il 17 novembre a Roma nell'ambito del festival di cinema organizzato da Roche Al Fianco del Coraggio e il 5 dicembre a Roma e a Milano.

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