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È stata una conferenza stampa un po’ particolare quella di oggi in cui Valeria Bruni Tedeschi ha presentato il suo ottavo lungometraggio come regista, Forever Young - Les Amandiers dal 1 dicembre in 120 sale distribuito da Lucky Red. La giornata, peraltro dedicata alla violenza sulle donne, si è infatti aperta con il quotidiano francese Libération che, a tutta copertina in prima pagina e con tre pagine interne d’inchiesta molto puntuale, rilanciava le accuse di violenza sessuale all’attore protagonista del film, Sofiane Bennacer, nonché compagno della regista e attrice italiana che ha letto in merito una lucida dichiarazione pubblicata da CinecittàNews integralmente qui. Il nome di Sofiane Bennacer, ritratto nell’enorme foto di copertina del quotidiano francese con del sangue su una mano, è già stato ritirato dalla lista dei possibili migliori attori rivelazione votati da una giuria a parte dei premi César 2023. In questo senso sono chiare le parole di Valeria Bruni Tedeschi che parla di «un puro linciaggio mediatico» che non ha «alcun rispetto per il principio di presunzione di innocenza».

Questi, diciamo così, i titoli di testa della presentazione di Forever Young - Les Amandiers perché poi, grazie anche alla moderazione di Federico Pontiggia seduto accanto a Angelo Barbagallo, coproduttore del film insieme alle francesi Ad Vita Prodution, Agat Films e Arte France Cinéma, c’è stata la possibilità di entrare un po’ di più nei contenuti e nella forma di un'opera molto interessante e per certi versi particolarmente ambiziosa presentata in concorso allo scorso festival di Cannes. Valeria Bruni Tedeschi riesce infatti a raccontare un’epoca, cioè il campo lunghissimo degli anni ’80 in Francia, attraverso un continuo close-up sui suoi protagonisti che vogliono fare gli attori (menzione speciale per la protagonista Nadia Tereszkiewicz) e cercano di entrare, esattamente come fece lei, nella prestigiosa scuola teatrale Les Amandiers creata da Patrice Chéreau e Pierre Romans: «Abbiamo avuto una grande difficoltà a decidere cosa e come raccontare di una scuola molto strana. Un altro problema era il personaggio di Chereau perché io ne ero intimidita e quindi abbiamo cercato di essere intelligenti come lui che però era un genio», dice la regista che ha scritto il film con Noémie Lvosky e Agnès De Sacy.

A interpretare una delle icone del teatro e del cinema francese, morto nel 2013, c’è Louis Garrel che, prosegue Valeria Bruni Tedeschi, «è riuscito a raccontarlo in una sua maniera, tutta segreta, perché lui sognava di lavorarci, era un suo mito. Da parte mia ho voluto mostrare sia la droga, il cui uso però ritengo irresponsabile da parte di chi doveva essere d’esempio per i giovani, sia le esplosioni di collera che per i registi sono normali. Ho pensato anche a Strehler, la collera fa anche bene agli attori perché li sveglia. Parlo ovviamente della collera sotto controllo che è un modo cosciente per arrivare a un risultato».

Naturalmente il film è molto autobiografico anche se, sottolinea la regista, «io volevo filmare questi ragazzi, la loro verità, la loro anima non quella dei ricordi, di me stessa o delle persone che ho amato». Però certo è proprio tutto il cinema di Valeria Bruni Tedeschi a essere estremamente personale: «In realtà fare film per me è un pretesto per stare con le persone che amo. Se giro con mia figlia poi lei deve stare con me per delle settimane. Ad esempio vorrei fare film solo con mia madre, per tenerla in vita. Con Louis (Garrel, ndr) siamo separati ma se faccio un film è obbligato a vedermi».

La bellezza di Valeria Bruni Tedeschi, che in Sicilia sta girando la serie diretta da Valeria Golino dal romanzo L’arte della gioia di Goliarda Sapienza («È stata una vacanza, erano decenni che non ero così felice su un set»), è proprio questo confine incerto, volutamente non tracciato, tra arte e vita: «Nel film c’è un riferimento a Bertolucci con cui ho fatto un cortometraggio, mi resta il ricordo di una persona decisiva per il mio lavoro, sono stata felice di chiamarlo giù. Se il film ha una sua potenza è dovuta anche dal fatto che ho chiamato molte persone giù, ad esempio Chereau ma anche mio fratello. Ci sono molte persone che sono su e le porto giù. Parlo in questo modo ma credo che ci capiamo, il cinema ha il potere di convocare i morti e Chereau è il più vivo tra tutti i miei morti».

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