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“Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa viene ucciso nel 1982, quaranta anni fa, lo stesso anno in cui cominciò il Torino Film Festival. Sono segni che si infilano, è stato giusto presentarlo qua”. È lo stesso Sergio Castellitto ha sottolineare la lampante coincidenza che rende la presentazione della fiction Rai Il Nostro Generale un imprescindibile tassello di questa 40ma edizione del festival torinese. Città dove la serie dedicata al grande martire di mafia è ambientata per la maggior parte. È proprio a Torino, infatti, che nel 1973 il generale Dalla Chiesa verrà trasferito per provare ad arginare il pericolo delle Brigate Rosse. Qui è dove inizia il racconto di questa serie ideata da Lucio Pellegrini, che la co-dirige insieme ad Andrea Jublin.

“Ci interessava provare a raccontare un’adesione con la realtà e con il percepito di allora, con quello che è diventato l’immaginario di quegli anni grazie ai materiali del tempo. È una serie che mescola i linguaggi.”: dichiara così il regista Pellegrini in relazione allo stile narrativo e registico usato, che fonde immagini e filmati di repertorio originali alle scene ricostruite. Una modalità che non ricade mai nella docufiction ma piuttosto cita un grandissimo riferimento seriale, come la pluripremiata Narcos.

Il Nostro Generale ripercorre tutta la fase finale della vita di dalla Chiesa, accompagnato nel percorso dai familiari e dai colleghi, che sacrificarono tutto per un ideale più alto. Magistrale, come al solito l’interpretazione di Castellitto, che ci porta a sfiorare con pudicizia l’umanità e “le opacità” di una figura così grande. “dalla Chiesa è un uomo non un personaggio. – dichiara l’attore - Un uomo come non li fanno più. Una figura così antropologicamente non potrebbe più esistere. Si porta appresso la fine del secolo, ingaggia tutta la sua vita all’interno del ‘900, attraversando la guerra mondiale, la resistenza, la guerra di piombo del terrorismo e finendo nella guerra di mafia. Ha passato tutta la vita in guerra. Ma era un uomo di pace, un uomo di pace in divisa”.

Il racconto di questa guerra per la nostra democrazia è una testimonianza necessaria per le nuove generazioni che, a circa mezzo secolo di distanza, rischiano di lasciarsi sfuggire dalle mani un periodo storico che ha lasciato un segno sulla nostra società. “Ho capito che era giusto fare questa serie quando mio figlio mi ha detto che non sapeva chi fosse il generale dalla Chiesa – conclude l’attore -  Un'affermazione del generale che potrebbe sembrare banale in questa epoca di cinismo e ironia è: certe cose si fanno per potere guardare in faccia i propri figli. È retorica ma è pesante, d’acciaio. Non per guardare se stessi, ma i propri figli e quindi il futuro”. 

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