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Dietro la visione illuminata di uno dei più grandi architetti e urbanisti della storia del nostro paese, Piero Bottoni, c’è l’idea che “sogno e poesia muovono, malgrado le apparenze, il mondo”. Una visione genuina che viene riproposta, a quasi 50 anni dalla morte avvenuta nel ‘73, grazie al documentario Una giornata nell’archivio Piero Bottoni di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti.

Nel film, presentato fuori concorso al Torino Film Festival, vengono proposti vecchi filmati appena digitalizzati commentati dalla viva voce di Giancarlo Consonni e Graziella Tonon, due allievi dello stesso Bottoni, che per la prima volta li vedono proiettati. Tutte le tappe della straordinaria carriera di questo grande architetto vengono riproposto in un documentario che è un testamento storico di una figura tra le più influenti della sua generazione: “La cosa che ci ha colpito di più è la sua poliedricità – racconta Massimo D’Anolfi - è noto come grande urbanista e architetto, ma è stato fotografo, scrittore, designer, ha disegnato mobili, vestiti, addirittura una montagna. Una figura retta. Bottoni non si iscrive al partito fascista e per questo perde il suo posto all’università. In qualche modo partecipa alla resistenza, custodendo mappe. Tra i documenti che mi ha folgorato è l’inchiesta sulle condizioni abitative nelle case popolari nella cintura di Milano. Da qui il suo grande sogno di costruire delle case dignitose e belle per tutti. Una grande utopia”.

A Bottoni dobbiamo la costruzione del quartiere milanese QT8, progettato all’indomani della fine Seconda Guerra Mondiale in una delle città più devastate dai bombardamenti: “Ammiro questa sua caparbietà di volere costruire delle case popolari. – sottolinea Martina Parenti - Un architetto di buona famiglia il cui vero interesse è quello per la casa. Aveva pochissimi soldi eppure quel quartiere popolare, confrontato a tutti gli altri, era un quartiere bellissimo. Antico, ma pieno di verde. Dove le persone oggi vanno a vivere con piacere”.

Ma il vero capolavoro di Bottoni è probabilmente il Monte Stella, un'altura artificiale costituita con le macerie di tutti gli edifici distrutti a seguito dei bombardamenti. Nel film vengo citati brani del libro Ascesa al Monte Stella, in cui l’architetto, con una prosa brillante e ironica, descrive la straordinaria idea di trasformare delle macerie in un monte, proprio lì dove prima era previsto un laghetto. “C’è una parte in quel testo lì – rivela Parenti - in cui dice che il poeta vede nell’albero la vita, l’architetto il legno per costruire e l’impiegato del comune una pratica burocratica. Non l’abbiamo potuta mettere perché sviava, ma era divertentissima”.

Il QT8 e il Monte Stella, così come questo documentario, restano a testimonianza di un uomo che ha saputo fondere l’estetica e la praticità dell’urbanismo a un irrinunciabile sentimento etico: “Il Monte Stella è l’ossario della città, - conclude D’Anolfi - perché oltre alle macerie custodisce i resti di corpi, di giochi, di lettere. Pezzi di vita”.

L'approfondimento video: guarda qui

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