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“L’unica cosa che non immaginavo è che l’apocalisse sarebbe stata così noiosa”: dall’apatia mista alla preoccupazione del primo lockdown del 2020 nasce non solo questa riflessione, ma l’intero documentario Ok Boomer, diretto a quattro mani da Andrea Gropplero di Troppenburg e Gianfranco Pannone. Prodotto da Si Produzioni in associazione con Luce Cinecittà, il film è stato presentato fuori concorso nella sezione 'Dei conflitti delle idee' del 40mo Torino Film Festival.

È lo stesso Pannone, in quella prima pandemia del millennio, a recuperare una vecchia cassetta video8 dove ritrova le immagini di un viaggio a Berlino del 1990: lui, Andrea e l’amica Diletta, aspirante attrice, sulle macerie di un mondo che stava per cambiare in meglio, o almeno questo è quello che si aspettavano. “Quando io e Andrea ci trovavamo con il nostro video8 a girare durante il Festival di Berlino, che ai tempi si svolgeva a febbraio, quindi all’indomani della caduta del muro, noi credevamo in un mondo migliore. Così non è andata, perché la globalizzazione si è mostrata anche con il suo volto peggiore. Un liberismo selvaggio, in cui si sono trovati, come camminando su delle macerie invisibili, i ragazzi di oggi. Quando Costanza, mia figlia, dice che le abbiamo tolto anche la parola 'boomer', sintetizza un senso di impotenza di guardare a un mondo davanti a sé. Noi ce l’avevamo, loro ce l’hanno molto più limitato. Quello che ci avvicina è questa volontà di camminare insieme. Il problema non è più solo lamentarsi, ma acquisire consapevolezza di quello che non è stato fatto e di quello di terribile che è stato fatto, e sapere che questi ragazzi non vanno lasciati soli. Alla soglia dei sessanta anni sento la responsabilità di accompagnare mia figlia in un mondo che può essere anche migliore, dandole anche un po’ di quella speranza che avevo io alla sua età”.

Proprio sul confronto tra la loro e la vecchia generazione, incarnata dalle loro giovani figlie, si trova il cuore di questo film. Durante l’isolamento, si scambiano ricordi, pensieri e opinioni sul tempo che passa e sulle responsabilità degli uomini e delle donne della loro età, che credevano di cambiare il mondo e, invece, lo hanno consegnato a pezzi ai loro figli. “Io non credo nel concetto di speranza. – spiega Gropplero di Troppenburg - Ma di certo ai nostri tempi c’era un’idea di futuro. Gianfranco immaginava di avere quattro figli. Per le nostre figlie l’idea di farne anche solo uno è molto complessa. È difficile per loro pensarsi in un contesto lavorativo e familiare proprio. Queste nuove generazioni le chiamano Millennials, Generazione Z. Quanto violenza c’è nel definirla giornalisticamente ‘Z’, come se fosse l’ultima. È una roba senza precedenti nella storia dell’umanità”.

Una presa di coscienza che irrompe violentemente nella quotidianità dei due autori. “Perché non ci hanno sparato in faccia?” si dicono, esasperati, di fronte alla consapevolezza che sogni e ideali costruititi per decenni sono crollati per lasciare posto a un mondo che corre troppo velocemente, lasciando indietro miliardi di persone. Non un senso di colpa, sia chiaro, ma una sorta di assunzione di responsabilità generazionale, drastica, quanto necessaria: “Spesso l’assunzione di responsabilità viene confusa con i sensi di colpa. – Conclude Gropplero di Troppenburg - Noi la facciamo come boomer, come generazione che ha visto cadere il muro di Berlino. Un’assunzione di responsabilità che non viene messa in campo da coloro che l’hanno costruito, i brutalisti, noi pop boomer oggi, con questo piccolo film, cerchiamo di capire, insieme a chi ha subito un furto di futuro, quali possono essere le strade percorribili”.

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