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Se si pensa a “Il richiamo della foresta” associato ad Alessandro Gassmann vengono in mente probabilmente le battaglie ambientaliste dell’attore romano. Invece dal 30 novembre, quando il film sarà disponibile su Netflix, il pensiero correrà al revenge movie Il mio nome è vendetta, firmato da Cosimo Gomez, in cui il romanzo di Jack London ha un ruolo importante. Come è chiaro fin dall’inizio del film, che lo cita a più riprese: “Uccidere o essere uccisi, questa è la legge”. Dopo due film molto diversi tra loro – e rispetto a questo – come Brutti e cattivi e Io e Spotty, il regista si è affidato stavolta al genere puro, facendo felice il suo protagonista: “È una totale novità per me, azione pura – esclama Gassmann all’incontro con i cronisti – Per la prima volta vengo finalmente usato per ciò che sono: un omone di un metro e novantatre, e spero di poter continuare. Mi sono divertito, vorrei fare questo tutta la vita”.  “Abbiamo cercato di fare molto bene un film inserito in un genere che ha una grande tradizione all’estero, ma che in Italia non riusciamo a fare da tanti anni per ragioni soprattutto produttive”, sottolinea Gomez.

Muovendosi sulla scia di tanti modelli di revenge movie - ma soprattutto, come dichiara Gomez, “del cinema di Tony Scott, grandissimo regista che ha girato molti film di genere, primo tra tutti quel capolavoro di Man on Fire” - Il mio nome è vendetta ci mostra una famiglia felice nella sua vita di montagna, tra le partite di hockey sul ghiaccio della diciassettenne Sofia (Ginevra Francesconi), il lavoro da falegname di papà Santo (Alessandro Gassmann) e la bella atmosfera della baita in Trentino-Alto Adige in cui vivono con mamma Ingrid (Sinja Dieks). Una quiete bruscamente travolta dalla violenza di due uomini che irrompono in casa e uccidono brutalmente Ingrid e suo fratello, alzando così il velo sui segreti di Santo e sul suo passato da ‘ndranghetista. Dopo un primo momento di smarrimento e rifiuto, Sofia accetterà di seguire il padre nella sua lotta per la sopravvivenza e la vendetta, in un’educazione criminale che ricorda un po’ la Mathilda di Léon (anche nel taglio di capelli). “Avvicinandomi al personaggio di Sofia – dice l’attrice, classe 2003 – provavo adrenalina mista a responsabilità, il che mi ha spinto a mettercela tutta. Ho cercato di rendere il personaggio più vicino a me, perché Sofia è comunque un’adolescente, e ho lavorato molto con Alessandro sul rapporto tra lei e il padre”.

“Per me questo film è stata anche l’occasione per imparare tanto – racconta poi Gassmann - La preparazione è stata profonda e c’è stato un importante allenamento fisico per le scene d’azione. Ho cercato di fare il meglio e rimettermi in forma. Ho fatto un lavoro incredibile sulle coreografie con lo stuntman Emiliano Novelli. Dovevamo trovare un sistema di combattimento adatto a una persona col mio fisico, con le leve lunghe e non particolarmente agile, per questo un riferimento importante è stato Liam Neeson, che ho avuto anche la fortuna di conoscere quando siamo stati insieme nella giuria di un festival anni fa”. E, aggiunge, “l’allenamento” è servito anche per il calabrese stretto che parla quando si rivolge agli ‘ndranghetisti: “Ho lavorato con un attore calabrese che mi ha aiutato a trovare l’accento giusto per un dialetto interno, gutturale, non aspirato”.

Dopo averlo visto spesso nei panni del tutore della legge, ora gli spettatori vedranno dunque Alessandro Gassmann in quelli di un uomo possente, feroce, spietato quando si tratta di difendere la figlia e vendicarsi. “Sul set mi trovavo quasi tutti i giorni a uccidere altre persone e mi sono reso conto che nelle settimane di riprese questo mi ha portato a essere molto più buono, accomodante e gentile con chi mi circondava. Ho capito quanto la violenza sia lontana da me, ma divertente da interpretare”. Prodotto da Iginio Straffi e Alessandro Usai per Colorado Film, Il mio nome è vendetta – che ha nel cast anche Remo Girone, Alessio Praticò e Marcello Mazzarella - contiene gli elementi per continuare il racconto con un sequel, e il regista conferma: “Sì, ci stiamo pensando e anche lavorando”.

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