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Un vecchio e una bambina si presero per mano e andarono insieme incontro al domani. Aldilà di semplicistiche citazioni, è questa l’immagine che resta nel cuore dopo la visione di Orlando, la toccante “favola moderna” scritta e diretta da Daniele Vicari, presentata fuori concorso al 40mo Torino Film Festival. Protagonisti sono Michele Placido e la piccola Angelica Kazankova, nei panni del burbero contadino Orlando e della leggera Lyse, scopertisi improvvisamente nonno e nipote all’ombra dei grattacieli di vetro di Bruxelles, dove il film è ambientato quasi interamente.

“Bruxelles è il cuore dell’Europa. - spiega il regista - Orlando vive isolato sopra una montagna e non si è mai posto il problema dell’Europa, per lui è una cosa astratta. Per questo è sentito tradito dal figlio andato via vent’anni prima. Bruxelles è una città del futuro, noi usiamo il termine bruxelizzazione quando cambiamo le città. Orlando si ritrova nel futuro. Un futuro che nessuno di noi conosce. Questa è la sfida di un personaggio che sa a malapena leggere e scrivere, che parla solo il dialetto. Quando arriva nel dopo-storia deve imparare ad orientarsi. L’incontro con Lisa completa questo discorso, perché lei vive questo futuro. È il futuro”.

Guardando Orlando non si può che restare avvinghiati dal viaggio del suo protagonista, costretto fuori tempo massimo a scoprire il mondo, a re-inventarsi, a imparare ogni giorno qualcosa di nuovo. Michele Placido è semplicemente straordinario nel tracciare col suo corpo maturo le varie fasi della trasformazione del suo Orlando, in un inedito viaggio di formazione della terza età. “Penso che sia tra le sceneggiature più belle che mi siano state proposte negli ultimi anni. – afferma con decisione l’attore - Ringrazio il Daniele sceneggiatore, non il regista. Perché il regista può fare poco quando non ci sono personaggi importanti da indossare. Abbiamo preso tanto di quel freddo in Belgio, quante sigarette mi ha fatto fumare. Avevo smesso e ho ricominciato. Ci siamo immersi in un denominatore comune, perché veniamo da storie familiari di emigrazione. Questo mi ha aiutato molto e ci ho pensato ieri scendendo dal treno a Torino, ho pensato a quegli operai chiamati dalle campagne del sud per avere il posto fisso in fabbrica. Come attore e come regista, mi interessa l’esperienza umana. Io non ho metodo di recitazione. Ho l’esperienza come metodo. Ho sempre guardato la vita piuttosto che i manuali di cinema”.

Al suo fianco Angelica Kazankova, una delle scommesse vinte del regista per un film che, senza una controparte credibile alla monumentalità di Placido, sarebbe semplicemente imploso: “È stata una nuova esperienza, - dichiara l’attrice - ha aperto una nuova me, perché tutti abbiamo delle emozioni che ci stanno dentro ma che non usiamo mai. Per interpretare Lyse ho dovuto usare queste emozioni”.

Due le dediche che Daniele Vicari ha voluto inserire nel film. Una sottile, ovvero il nome del padre Orlando affidato al protagonista, e una esplicita al grande regista Ettore Scola: “La dedica a Scola è una dedica di affetto a una persona che negli ultimi anni della sua vita mi ha regalato un’amicizia abbastanza rara. – conclude Vicari - Molto spesso ci siamo trovati a riflettere su cosa stava avvenendo al nostro cinema. Mi è venuto naturale dedicargli il film. Lui come Orlando ha trovato una strada, noi non l’abbiamo trovata, ma la stiamo cercando”.

 

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