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Il 21 dicembre sono state annunciate le shortlist che hanno ristretto il campo dei film papabili per entrare nella cinquina delle nomination agli Oscar per il miglior documentario (oltre che per altre nove categorie, tra cui quella del miglior film internazionale). Quindici titoli che raccontano in che mondo viviamo concentrandosi su personaggi celebri e celebrati, come Leonard Cohen e David Bowie, figure al centro della cronaca come Navalny, protagonisti di avventure straordinarie come la coppia di vulcanologi di Fire of Love, piccole storie che diventano universali, come quella dei fratelli indiani di All That Breathes, o approfondimenti geopolitici incandescenti, come in Retrograde, sugli ultimi mesi della guerra statunitense in Afghanistan. Tutti sono stati applauditi o premiati a grandi festival, dalla Mostra di Venezia al Sundance, passando per Cannes, e ora si giocano le loro carte per ottenere la statuetta. Con alcune esclusioni di lusso, come il bellissimo Good Night Oppy (leggi il nostro articolo), che ha sbancato i Critics Choice Documentary Awards ed è quello che viene definito un “crowdpleaser”, ma è stato ignorato persino da questa shortlist larga di 15 titoli.

Innanzitutto, vale la pena ricordare quali sono i criteri con cui l’Academy definisce un documentario, questione per nulla scontata. “Un documentario eleggibile – si legge nel regolamento – è definito come un film non-fiction uscito al cinema che affronta creativamente temi culturali, artistici, storici, sociali, scientifici, economici e di altro tipo. Può essere ripreso nel suo effettivo verificarsi o fare un uso parziale di ricostruzioni, immagini di archivio, fotografie, animazione, stop-motion e altre tecniche, a patto che l’enfasi sia sul fatto e non sulla finzione”. In questa cornice rientrano i quindici documentari ancora in lizza per una nomination, su cui CinecittàNews vi offre una panoramica per temi e tendenze, con qualche indicazione sulle chance di vittoria. La cinquina sarà annunciata il 24 gennaio.

UN’IMMERSIONE NELLA MUSICA

Moonage Daydream di Brett Morgen ha dalla sua gli ottimi risultati al box office e il consenso critico, grazie al racconto immersivo dell’epopea di David Bowie, uno degli artisti musicali più influenti mai esistiti, realizzato grazie all’accesso al suo archivio sterminato. Sempre sul fronte musicale, Hallelujah: Leonard Cohen, a Journey, a Song di Dan Geller e Dayna Goldfine – che, a partire dall’inno Hallelujah, propone un affresco sul cantautore e la sua epoca – aveva ottenuto una candidatura ai Critics Choice Documentary Awards, ma aveva dovuto lasciare il premio a The Beatles: Get Back.

VITE STRAORDINARIE

Come accade spesso nel caso dei documentari, a guidare il racconto sono le vite straordinarie di personaggi normali, o a loro volta eccezionali. “Grazie alla Mostra di Venezia per avere invitato qui il mio film in Concorso e avere riconosciuto così che il documentario è cinema”, aveva dichiarato Laura Poitras nel presentare il suo All the Beauty and the Bloodshed alla Mostra del Cinema di Venezia. Pochi giorni dopo avrebbe stretto tra le mani il Leone d’Oro grazie al film che ripercorre la vita e le battaglie di Nan Goldin, artista straordinaria che con le sue fotografie e i suoi film è diventata un punto di riferimento per la comunità gay e per tutte le minoranze del Paese. Un film che ora ha ottime possibilità di agguantare anche la statuetta dell’Oscar. I Wonder Pictures ha portato in sala Navalny, di Daniel Roher, ora disponibile su IWonderfull, che segue il leader dell’opposizione russa Alexei Navalny nella sua indagine per identificare gli uomini che lo hanno avvelenato nell’agosto 2020. Girato in Germania nel pieno eventi che racconta, Navalny è un documentario dal ritmo thriller che offre anche un’analisi attenta dell’uomo, coraggioso oppositore di Putin e leader intenzionato a riformare il suo paese, la Russia. In prima mondiale al Sundance, in concorso nella sezione U.S. Documentary, Navalny vi ha vinto il premio del pubblico e il Festival Favorite Award. Si può vedere su Disney + Fire of Love di Sara Dosa, che ricostruisce con un'incredibile quantità – e qualità – di immagini di archivio le avventure dei vulcanologi francesi Katia e Maurice Krafft, coppia affiatata che ha condiviso – fino alle estreme conseguenze – una passione sfrenata per il fuoco e la lava, alla ricerca di ciò “che fa battere il cuore della terra”. Uscito in Italia con Academy Two, Fire of Love ha vinto tantissimi premi nel suo percorso. All That Breathes di Shaunak Sen - che sembra essere uno dei favoriti per l’Oscar ed è stato il primo film a ottenere il premio come miglior documentario sia al Sundance che a Cannes – è ambientato a New Dehli e segue i fratelli Nadeem e Saud nella loro quotidianità dedicata a salvare il Nibbio bruno, rapace che sta scomparendo dai cieli della città, il che permette di andare a fondo nei temi ambientali.

UNO SGUARDO SUI TEMI INCANDESCENTI DELL’ATTUALITA’

Presentato a Telluride, il doc National Geographic Retrograde, diretto da Mathew Heineman, fotografa gli ultimi nove mesi della guerra statunitense in Afghanistan da diverse prospettive: quella di una delle ultime unità delle U.S. Special Forces presenti sul territorio, di un giovane generale afgano e la sua truppa che combattono per difendere la loro patria e dei civili che cercano di fuggire mentre il Paese è al collasso e i Talebani stanno per riprendere il potere. A House Made of Splinters offre invece uno sguardo diverso sulla realtà ucraina, ora che è costantemente sulle prime pagine dei giornali a causa della guerra. Presentato in anteprima al World Cinema Documentary del Sundance Film Festival online, dove ha ricevuto il premio per la migliore regia, il film del danese Simon Lereng Wilmont osserva la vita di un gruppo di bambini che non possono essere accuditi dai genitori e sono ospitati temporaneamente in un alloggio sociale. Nello struggente Last Flight Home di Ondi Timoner - disponibile su Prime Video - la documentarista ritrae gli ultimi giorni del suo malato padre e segue la sua famiglia nel percorso di suicidio assistito secondo le leggi della California, mentre The Territory, prodotto da Darren Aronofsky, offre uno sguardo immersivo sulla battaglia degli indigeni Uru-eu-wau-wau contro la deforestazione della foresta amazzonica, questione centrale per gli ambientalisti e non solo. Vincitore di due premi al Sundance e dello Sheffield International Documentary Festival, il film è stato girato in parte dagli indigeni stessi. Su Netflix è visibile Descendant – L’ultima nave schiavista, con cui Margaret Brown torna nella sua città natale di Mobile, in Alabama, per documentare la scoperta di Clotilda, l’ultima nave schiavista arrivata negli Usa di cui si abbia notizia, che trasportava 110 africani rapiti. Infine, parlando ancora di temi che infiammano le cronache, Bad Axe di David Siev ci parla di una famiglia asiatica che vive nel Michigan e che, durante la pandemia, lotta per tenere in vita il suo ristorante e il suo American Dream, mentre crescono le tensioni razziali e bisogna confrontarsi anche con i suprematisti bianchi.

LA VOCE DELLE DONNE

Nella primavera del 1972, la polizia ha fatto irruzione in un appartamento di Chicago dove sette donne appartenenti a una rete clandestina sono state arrestate. Usando nomi in codice e luoghi sicuri, le donne accusate avevano creato un servizio nascosto per donne che cercavano soluzioni accessibili per aborti illegali: le donne del gruppo si chiamavano “Jane”. The Janes è il documentario firmato da Tia Lessin ed Emma Pildes con le voci delle stesse donne del gruppo, che hanno aiutato ad accedere a un aborto gratuito circa 11mila altre donne. Donne che devono nascondersi sono al centro anche di Hidden Letters di Violet Du Feng e Qing Zhao, che racconta di due ragazze cinesi – una guida di mueso divorziata, Xin Hu, e una musicista che si sta per sposare, Simu Wu - che seguono la tradizione del Nushu, un antico linguaggio segreto sviluppato dalle donne nella Cina del Sud, un codice di comunicazione speciale che ha permesso a molte donne nel tempo di sopravvivere alle opprimenti strutture del patriarcato. Infine, lo sguardo del cinema si posa sulle montagne del nord del Vietnam e su Di, una ragazzina di dodici anni appartenente alla minoranza etnica dei Hmong, in cui le ragazze vengono date in sposa molto giovani. Children of the Mist di Diem Ha Le racconta lo scontro tra le tradizioni che hanno riguardato la sorella e la madre di Di, e la sua prospettiva di ragazza che, a scuola, impara valori diversi.

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